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23/10/2026
di Andrea Di Domenico

Safari, Apple ha spiegato perché blocca le tecnologie di identificazione post-cookie

In una nota ufficiale, la società chiarisce le ragioni della stretta sulle infrastrutture di identity resolution: nel mirino il tracciamento degli utenti tra siti e dispositivi diversi, non la personalizzazione basata sui dati di prima parte

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Apple chiarisce le ragioni delle nuove restrizioni introdotte in Safari nei confronti delle tecnologie di identificazione degli utenti alternative ai cookie di terze parti, di cui ache Engage ha dato notizia nei giorni scorsi. In un intervento pubblicato sul blog ufficiale di WebKit, il motore alla base del browser, la società ha spiegato perché ha deciso di bloccare le connessioni verso le infrastrutture utilizzate per la cosiddetta identity resolution, una delle tecnologie sviluppate dall'industria pubblicitaria per continuare a riconoscere gli utenti nell'era post-cookie.

La posizione di Apple parte da un principio: gli utenti non dovrebbero essere tracciati attraverso siti differenti, né identificati attraverso tecniche poco trasparenti, senza aver espresso un consenso esplicito. Secondo la società, il blocco dei cookie di terze parti, introdotto in Safari sei anni fa, non è più sufficiente a garantire questa protezione, perché nel frattempo sono emersi nuovi sistemi di identificazione.

Come funziona l'identity resolution secondo Apple

Per spiegare il problema, Apple descrive il funzionamento di alcune soluzioni di identity resolution basate su informazioni personali, come gli indirizzi email.

Quando un utente accede a un sito o si iscrive a una newsletter, un soggetto terzo può raccogliere il suo indirizzo email e trasmetterlo ai propri server. Qui viene generato un identificatore, associato in modo permanente all'indirizzo, che viene poi restituito al sito e memorizzato per utilizzi successivi.

Questo identificatore può essere impiegato per riconoscere la stessa persona su siti differenti, ricostruirne le abitudini di navigazione e indirizzarle messaggi pubblicitari personalizzati. Secondo Apple, uscire dal proprio account o cancellare l'iscrizione a una newsletter non comporta necessariamente la rimozione dell'identificatore né dei dati conservati dal soggetto terzo.

Con il tempo, le informazioni raccolte possono essere combinate in un identity graph, un sistema che collega dati e identificatori riconducibili alla stessa persona. L'indirizzo email, osserva Apple, è particolarmente adatto a questo scopo perché tende a rimanere invariato per molti anni e può permettere il riconoscimento dell'utente anche su dispositivi diversi.

Il problema, nella prospettiva della società, riguarda soprattutto l'utilizzo delle informazioni per finalità differenti da quelle per cui sono state fornite. Chi comunica il proprio indirizzo email per accedere a un servizio o ricevere una newsletter, sostiene Apple, non si aspetta necessariamente che quel dato venga trasferito a un'altra società per costruire un profilo utilizzabile nel tempo.

La distinzione tra dati first-party e tracciamento

Uno dei passaggi più significativi della nota riguarda la personalizzazione basata sui dati di prima parte.

Apple precisa espressamente che la personalizzazione first-party non è ciò che le sue tecnologie intendono impedire. Un'azienda può quindi continuare a utilizzare le informazioni raccolte direttamente nel rapporto con i propri utenti per personalizzare i servizi e le esperienze offerte.

La distinzione riguarda il ruolo delle infrastrutture esterne. Secondo Apple, anche quando un sistema di identity resolution viene utilizzato per collegare esclusivamente dati appartenenti a una singola azienda, il fornitore tecnologico che effettua l'identificazione rimane un soggetto terzo.

Questo operatore può infatti disporre di informazioni provenienti da più siti, dispositivi e aziende, ed essere quindi in grado di riconoscere e collegare gli utenti attraverso contesti differenti. Una capacità che, sottolinea Apple, le singole aziende non avrebbero necessariamente operando soltanto sui propri dati.

In altre parole, per Apple il punto non è soltanto chi utilizza i dati per personalizzare un'esperienza, ma anche chi rende possibile l'identificazione e quali informazioni può collegare attraverso la propria infrastruttura.

Come interviene Safari

Nelle versioni 27 di iOS, iPadOS, macOS e visionOS, Safari e WebKit bloccano l'accesso di rete alle infrastrutture utilizzate per l'identity resolution.

Il blocco avviene a livello di dominio: il browser impedisce quindi le connessioni verso i server identificati come parte di queste infrastrutture, anziché limitarsi a intervenire su singole richieste o modalità di trasmissione dei dati.

Secondo Apple, questa scelta impedisce l'invio degli indirizzi email ai server dei fornitori interessati e le successive attività di identificazione. Il blocco a livello di dominio serve inoltre a evitare che la protezione possa essere aggirata semplicemente modificando la struttura delle richieste di rete.

La società presenta la misura come un ulteriore passo nella propria strategia di contrasto al tracciamento tra siti, ribadendo l'intenzione di impedire per impostazione predefinita il monitoraggio non trasparente degli utenti, preservando al tempo stesso la possibilità per i siti di offrire esperienze personalizzate attraverso i propri dati.

Questa, dunque, la posizione di Apple. Una posizione che ha già suscitato reazioni contrastanti nell'industria pubblicitaria: da un lato, c'è chi considera la stretta un passo avanti nella tutela della privacy e un incentivo a sviluppare modelli pubblicitari meno dipendenti dal tracciamento individuale; dall'altro, chi solleva dubbi sulla trasparenza dei criteri di blocco e sul potere di Apple di decidere unilateralmente quali tecnologie possano operare attraverso Safari. Un dibattito destinato probabilmente a proseguire.

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