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Content Creation

Silvio De Rossi
a cura di Silvio De Rossi

Content Creator e Influencer, collabora con i più importanti Brand del panorama automotive e non solo. Founder di Stylology.it, nel suo passato Televideo Rai e Mediavideo, i veri antenati di internet. E’ stato responsabile editoriale di Blogosfere.it, partecipando al successo del network di blog più grande d’Italia. In seguito è stato direttore responsabile di Leonardo.it. Si occupa di produzioni foto e video con particolare attenzione ai format più adatti ai social network.

25/06/2026

L’AI spaventa perché non siamo capaci di raccontarla

Da Microsoft arriva un messaggio che il marketing non può ignorare: bisogna saper raccontare l’Intelligenza Artificiale se vogliamo evitare che venga interpretata come uno strumento che ruberà il lavoro alle persone

Durante la stagione delle lauree negli Stati Uniti è successo qualcosa di parecchio insolito. In diverse università, quando ospiti e manager hanno iniziato a parlare di Intelligenza Artificiale, una parte degli studenti ha reagito con fischi e contestazioni. La domanda è: i giovani odiano l’AI?

La risposta è arrivata da Brad Smith, Vice Chair e President di Microsoft, che in un lungo intervento pubblicato sul blog ufficiale dell'azienda ha definito la reazione dei giovani un vero e proprio "campanello d'allarme" per l'intero settore tecnologico. Secondo Smith, l'industria dell'AI ha commesso un errore: parlare troppo spesso di sostituzione del lavoro e troppo poco di opportunità, competenze e crescita professionale. Per chi lavora nel marketing questa non è soltanto una riflessione sul futuro del lavoro. È una lezione di comunicazione. Perché oggi il vero tema non è convincere le persone che l'Intelligenza Artificiale sia rivoluzionaria. Quella partita è già stata vinta. La sfida è costruire fiducia.

Il problema non è l'AI. È la fiducia

Negli ultimi due anni il dibattito sull'Intelligenza Artificiale è stato dominato da dichiarazioni estreme. Da una parte chi promette una rivoluzione produttiva senza precedenti, dall'altra chi prevede la scomparsa di milioni di posti di lavoro. Il risultato è che una parte crescente delle persone fatica a capire cosa stia realmente accadendo. Brad Smith ha criticato apertamente la tendenza di alcuni leader tecnologici a enfatizzare scenari apocalittici, sostenendo che questo approccio rischia di allontanare proprio le nuove generazioni che dovrebbero guidare l'adozione della tecnologia.

È una riflessione che va oltre Microsoft. Per i brand la fiducia sta diventando una delle principali variabili competitive dell'era dell'AI. E la fiducia nasce dalla trasparenza, non dall'hype. Se le aziende vogliono accelerare l'adozione dell'Intelligenza Artificiale, devono prima imparare a raccontarla meglio.

I numeri raccontano una realtà diversa

Se si osservano i dati, emerge un quadro molto meno netto rispetto alle narrazioni dominanti. Secondo il Work Trend Index di Microsoft e LinkedIn, il 75% dei knowledge worker utilizza già strumenti di AI durante il proprio lavoro. Il 66% dei leader aziendali dichiara di non voler assumere candidati privi di competenze legate all'Intelligenza Artificiale e il 71% preferirebbe una persona meno esperta ma capace di utilizzare questi strumenti rispetto a un candidato più qualificato che non li conosce.

Un altro dato merita attenzione: il 71% di chi utilizza regolarmente l'AI afferma di essere diventato più produttivo e di riuscire a dedicare più tempo ad attività creative, decisionali e strategiche. In altre parole, nella maggior parte dei casi l'Intelligenza Artificiale non sta eliminando il lavoro. Sta eliminando una parte delle attività ripetitive e a basso valore aggiunto.

La trasformazione è già evidente anche nel marketing. Secondo Salesforce, oltre tre professionisti del marketing su quattro utilizzano strumenti di AI generativa per creare contenuti, analizzare dati, segmentare il pubblico, personalizzare campagne e migliorare la customer experience. Nel frattempo, il mercato continua a crescere rapidamente. IDC stima che gli investimenti mondiali in Intelligenza Artificiale supereranno i 300 miliardi di dollari entro il 2026, con marketing, advertising, customer experience e automazione tra gli ambiti che stanno registrando le accelerazioni più significative.

Questo significa una cosa molto semplice: per chi lavora nella comunicazione l'AI non rappresenta più una competenza aggiuntiva. Sta diventando una competenza di base, esattamente come vent'anni fa lo sono diventati internet, i motori di ricerca, Google Analytics o i social media.

La Generazione Z è più diffidente di quanto immaginassimo

La vera sorpresa emersa dal racconto di Brad Smith riguarda però la Generazione Z. Per anni abbiamo dato per scontato che i giovani, essendo nativi digitali, avrebbero accolto l'AI con entusiasmo. In realtà stanno dimostrando un atteggiamento molto più critico. Non perché rifiutino la tecnologia, ma perché osservano il mercato del lavoro da una prospettiva completamente diversa rispetto ai manager.

Secondo Deloitte, oltre sei giovani su dieci ritengono che l'Intelligenza Artificiale cambierà profondamente la loro carriera nei prossimi anni. Allo stesso tempo cresce la preoccupazione di non riuscire ad acquisire sufficiente esperienza professionale prima che alcune attività vengano automatizzate. È un timore comprensibile. Per decenni molte posizioni junior sono state costruite su attività operative: preparare presentazioni, raccogliere dati, produrre contenuti, scrivere report, effettuare analisi preliminari. Sono proprio queste le attività che oggi gli strumenti di AI riescono ad accelerare maggiormente.

Negli ultimi anni il settore tecnologico ha attraversato una fase di profonde riorganizzazioni. Molte aziende hanno ridotto gli organici, ridefinito le proprie priorità e accelerato gli investimenti nell'Intelligenza Artificiale. È quindi comprensibile che un neolaureato ascolti con una certa diffidenza chi gli parla di rivoluzione tecnologica senza spiegargli quale sarà il suo posto all'interno di questo nuovo scenario. La preoccupazione non nasce dal rifiuto dell'innovazione, ma dall'incertezza su come evolveranno le opportunità professionali nei prossimi anni.

Eppure il quadro è molto più articolato di quanto sembri. Secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, entro il 2030 saranno creati circa 170 milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale, mentre circa 92 milioni di ruoli subiranno profonde trasformazioni o verranno sostituiti. Il saldo complessivo rimane quindi positivo. A cambiare non sarà tanto la quantità di lavoro disponibile, quanto le competenze richieste per svolgerlo.

Il marketing è già cambiato. Molti ancora non se ne sono accorti

Se esiste un settore che sta vivendo questa trasformazione in anticipo, è proprio il marketing. Oggi un copywriter può produrre numerose versioni dello stesso messaggio in pochi minuti. Un art director è in grado di esplorare decine di concept creativi prima ancora di iniziare una produzione. Un media planner analizza quantità di dati impensabili fino a pochi anni fa. Un social media manager dedica meno tempo alle attività operative e sempre più tempo alla strategia, all'analisi delle performance e alla costruzione delle relazioni con la propria community.

Il cambiamento, però, non riguarda soltanto gli strumenti. Riguarda il valore economico delle competenze. Le attività ripetitive valgono sempre meno, mentre aumentano il valore della capacità di interpretare i dati, prendere decisioni, sviluppare idee originali e costruire una visione strategica. Per questo il vero rischio oggi non è essere sostituiti dall'Intelligenza Artificiale. È essere sostituiti da qualcuno che sa utilizzarla meglio.

Una lezione per il marketing: serve trasparenza

Qui emerge forse l'aspetto più interessante per chi si occupa di comunicazione. Le persone non chiedono alle aziende di rallentare l'innovazione. Chiedono trasparenza. Vogliono sapere come viene utilizzata l'AI, quali dati vengono raccolti, quali processi sono automatizzati e quale ruolo continueranno ad avere le persone.

Anche la ricerca accademica conferma questa tendenza. Le organizzazioni che spiegano in modo chiaro come utilizzano l'Intelligenza Artificiale ottengono livelli di fiducia più elevati, una maggiore accettazione del cambiamento e una collaborazione più efficace tra persone e sistemi intelligenti. Per i brand questo significa che non basta più dichiarare di utilizzare l'AI. Bisogna spiegare come la si utilizza, perché la si utilizza e quale beneficio concreto porta ai clienti, ai dipendenti e all'intera organizzazione.

Dall'AI come tecnologia all'AI come cultura aziendale

La fase che stiamo vivendo ricorda molto quella attraversata da internet all'inizio degli anni Duemila. All'epoca il vantaggio competitivo era avere un sito web. Oggi non è possedere strumenti di Intelligenza Artificiale. Quasi tutti possono acquistarli e utilizzarli. La differenza sarà determinata dalla capacità di integrarli all'interno di una cultura aziendale credibile, trasparente e realmente centrata sulle persone. Non a caso lo stesso Brad Smith insiste su un concetto tanto semplice quanto spesso dimenticato: l'obiettivo dell'AI deve essere aumentare le capacità umane, non sostituirle.

La vera sfida per i brand

Per il marketing si apre quindi una nuova fase. Fino a ieri le aziende dovevano convincere il pubblico che l'AI fosse innovativa. Da oggi dovranno convincerlo che è affidabile.

Personalmente ho l'impressione che il dibattito pubblico stia affrontando la domanda sbagliata. Continuiamo a chiederci se l'Intelligenza Artificiale sostituirà le persone, quando forse dovremmo domandarci come aiutare le persone a lavorare meglio insieme all'AI. Perché gli strumenti saranno sempre più accessibili a tutti. ChatGPT, Copilot, Gemini e le piattaforme che arriveranno nei prossimi anni non rappresenteranno più un vantaggio competitivo in sé. La differenza la farà la capacità delle aziende di trasformare questi strumenti in cultura, competenze e fiducia.

Forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva dall'intervento di Brad Smith. Il futuro dell'Intelligenza Artificiale non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi. Dipenderà dalla qualità della comunicazione che sapremo costruire intorno a questa tecnologia. Perché l'innovazione genera curiosità, ma è la fiducia che genera adozione. E in un mercato in cui tutti avranno accesso agli stessi strumenti, saranno proprio la credibilità, la trasparenza e la capacità di spiegare il cambiamento a fare la differenza tra i brand che guideranno il futuro e quelli che si limiteranno a inseguirlo.