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Content Creation

Silvio De Rossi
a cura di Silvio De Rossi

Content Creator e Influencer, collabora con i più importanti Brand del panorama automotive e non solo. Founder di Stylology.it, nel suo passato Televideo Rai e Mediavideo, i veri antenati di internet. E’ stato responsabile editoriale di Blogosfere.it, partecipando al successo del network di blog più grande d’Italia. In seguito è stato direttore responsabile di Leonardo.it. Si occupa di produzioni foto e video con particolare attenzione ai format più adatti ai social network.

20/04/2026

Il Programmatic cresce con l’AI, ma il vero nodo è il contenuto

AI, omnicanalità e automazione stanno ridisegnando l’adtech. Ma nel momento in cui tutto diventa ottimizzabile, la vera differenza resta nella qualità dei contenuti

Al Programmatic Day 2026 si è parlato molto di futuro: AI, omnicanalità, automazione, tecnologia. Tutto corretto, tutto necessario. La mia personale sensazione, uscendo dalla sala, è stata che la tecnologia sta correndo più veloce della capacità dei brand di riempirla di contenuti all’altezza. Ed è qui che si gioca davvero la partita.

I numeri raccontano una direzione chiara. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il Programmatic in Italia ha superato i 988 milioni nel 2025 e si avvicina a 1,07 miliardi nel 2026, con una crescita stabile tra l’8% e il 9%. A livello globale, il digital advertising ha già raggiunto i 750 miliardi di dollari, mentre i dati di campagna sono aumentati di oltre il 250% e più del 60% dei CMO dichiara una pressione crescente sul ROI.

Il risultato è un ecosistema sempre più potente, ma anche sempre più complesso: più canali, più piattaforme, più formati. Dalla CTV al DOOH, fino al retail media e all’audio digitale, tutti connessi, tutti attivabili, ma non sempre realmente integrati. In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è più un’opzione, ma l’infrastruttura stessa del sistema. Non si tratta più di chiedere qualcosa a un algoritmo, ma di definire un obiettivo e lasciare che sia l’AI a costruire il percorso per raggiungerlo. È il passaggio verso quella che viene definita “agentic media”: sistemi capaci di pianificare, ottimizzare e correggere in autonomia. E i risultati, quando l’AI è applicata in modo efficace, sono già evidenti: incremento delle conversioni fino al 326%, riduzione del costo per acquisizione dell’88%, fino a 50 giorni di lavoro risparmiati e ROI che possono arrivare a quadruplicarsi. Non è più sperimentazione, è già operatività.

Parallelamente cambia anche il modo in cui misuriamo l’efficacia. Non basta più la viewability. Il vero indicatore diventa l’attenzione. I dati mostrano che l’attenzione è fino a sette volte più efficace nel predire la brand awareness, con campagne ottimizzate che generano incrementi del brand lift del 41% e miglioramenti significativi anche sulla performance, con riduzione del cost per lead e aumento delle conversioni. Non conta più solo dove appare un contenuto, ma se qualcuno lo guarda davvero.

Eppure, proprio qui emerge il problema più grande. Tutto questo sistema funziona. I numeri lo dimostrano. Ma resta una domanda fondamentale: cosa stiamo mettendo dentro questa macchina? Possiamo ottimizzare il media, prevedere i comportamenti, automatizzare le decisioni. Ma se il contenuto è debole, irrilevante o intercambiabile, l’algoritmo non lo salva. Lo distribuisce meglio, ma resta debole.

Oggi il mercato è ossessionato da piattaforme, dati e ottimizzazione, ma molto meno da linguaggio, creatività e qualità narrativa. Eppure anche le piattaforme stanno andando in quella direzione, parlando sempre più di creative intelligence, di formati immersivi, di contenuti capaci di generare impatto reale. Perché senza contenuto, il Programmatic resta solo distribuzione. E la distribuzione, da sola, non costruisce valore.

L’intelligenza artificiale, in questo contesto, è una leva straordinaria. Ma è anche un rischio, se usata senza visione. Perché abbassa le barriere di accesso e, abbassando le barriere, aumenta inevitabilmente il rumore. Più contenuti, più automazione, ma spesso meno differenza. Il rischio è costruire un sistema perfetto per amplificare anche la mediocrità.

Il futuro non sarà determinato da chi utilizza l’AI, perché la useranno tutti. La differenza la farà chi saprà usarla meglio, chi riuscirà a guidarla con una visione chiara e, soprattutto, chi avrà qualcosa da dire prima ancora di decidere come dirlo. Perché nel momento in cui tutto diventa ottimizzabile, l’unica cosa che non si ottimizza facilmente è l’idea.

Il Programmatic continuerà a crescere, l’AI diventerà invisibile ma centrale e l’omnicanalità sarà la normalità. Ma il vero punto resterà sempre lo stesso: non è la tecnologia a fare la differenza. È la qualità di ciò che le chiediamo di distribuire.