Dopo oltre vent'anni di attività nel digitale, Extera ha presentato recentemente il suo nuovo posizionamento e una nuova identità di marca. Il rebranding segna l'evoluzione dell'azienda verso un modello sempre più orientato alla consulenza strategica, per unire innovazione tecnologica, approccio umano e risultati di business.
Engage ne ha parlato con il CEO Simon Marussi, che ha raccontato le ragioni del cambiamento, i trend che stanno trasformando il settore della consulenza digitale e gli obiettivi per i prossimi anni.
Dopo oltre 20 anni di attività, perché avete sentito l’esigenza di avviare un rebranding?
Sai cosa succede dopo vent'anni? Che si cambia, e parecchio. Solo che di solito non ce ne si accorge. Da quando abbiamo aperto, nel 2000, siamo diventati un'altra cosa: più strutturati, più consulenziali, con clienti e progetti di tutt'altra complessità. Il problema è che continuavamo a presentarci con parole che ci stavano ormai strette, come un vestito di due taglie fa. La spinta vera, per me, è arrivata guardando il team: persone che la pensano allo stesso modo su come si lavora e che ci mettono una passione autentica. Lì mi è stato chiaro che non dovevamo inventarci nulla, ma dare finalmente un nome e una forma a quello che eravamo già diventati. Il rebranding nasce esattamente da questo.
Che cosa cambia nel posizionamento di Extera?
Cambia il modo in cui ci raccontiamo, più che quello che facciamo. Smettiamo di presentarci come "fornitore" che esegue e ci posizioniamo per quello che siamo già da tempo nei fatti: una digital consulting company, un partner strategico che affianca le aziende nella trasformazione digitale. Significa partire dall'ascolto e dalla strategia, non dal singolo task. Negli anni ci siamo verticalizzati su progetti complessi (penso al mondo PIM e DAM, alle piattaforme enterprise, all'ecommerce evoluto) e oggi vogliamo essere riconosciuti per questo: una realtà dove consulenza, creatività e tecnologia convivono senza attriti, e dove le persone seguono il progetto dall'inizio alla fine.
“Innovation for people. Impact for business” è il nuovo payoff dell’azienda: come si traduce nel vostro lavoro quotidiano?
Si traduce in un ordine preciso: prima le persone, poi il business. Anche se poi le due cose si tengono insieme. Per noi l'innovazione è umana prima che tecnologica: genera valore per le persone, e proprio per questo porta impatto reale alle aziende. Nel concreto vuol dire che, davanti a una tecnologia nuova, la prima domanda che ci facciamo non è "quanto è potente" ma "a chi serve davvero e cosa gli semplifica?". Se quella risposta non c'è, lasciamo perdere, per quanto sia di moda. Siamo human first, result driven. E a volte questo comporta anche la responsabilità di dire "no" a un contratto, quando capiamo che non porterebbe valore. È l'unico approccio che conosco per fare questo lavoro in modo corretto.
Il rebranding arriva in una fase molto dinamica per il mercato della consulenza digitale. Qual è oggi il vostro principale elemento distintivo?
La combinazione, più che il singolo pezzo. C'è tanta gente bravissima sulla tecnologia e tanta gente brava sulla relazione; il nostro tratto distintivo è tenere insieme le due cose. Da una parte una competenza tecnica seria su ecosistemi mission-critical (siamo, ad esempio, Pimcore, Shopify e Shopware Partner con un team di sviluppatori certificati e Google, Klaviyo e Semrush Agency Partner attraverso l’expertise dei nostri marketer) e dall'altra un approccio consulenziale umano, fatto di vicinanza e ascolto, che per le aziende strutturate diventa un porto sicuro. Sulla tecnologia restiamo agnostici: consigliamo la soluzione giusta per il cliente, non quella che conviene a noi. In fondo è la responsabilità il nostro vero elemento distintivo.
Quali sono i trend del settore che avranno un impatto concreto sul business delle aziende nei prossimi anni?
Viviamo un momento storico bellissimo da questo punto di vista, ricchissimo di opportunità. Il primo trend vero è l'intelligenza artificiale applicata davvero al business, non come spettacolo ma come leva per automatizzare processi e liberare tempo delle persone per le attività che contano. Il secondo, strettamente legato, è il dato: chi avrà i propri dati ordinati e governati (penso ai sistemi PIM e DAM, alle architetture data-driven) potrà far performare tutto il resto, AI compresa. E poi il B2B digitale e le integrazioni tra sistemi, che stanno accelerando fortissimo. Sono temi che mi entusiasmano perché ci permettono di fare più cose, e di farle a beneficio delle persone per cui lavoriamo.
Al contrario, ci sono tecnologie o trend che oggi vedete particolarmente sopravvalutati dal mercato?
L'AI "magica", quella raccontata come bacchetta che risolve tutto. Sui risultati degli strumenti di AI dico sempre due cose. La prima: sono potenti tanto quanto i dati che li alimentano, e se i tuoi dati sono disordinati o sparsi in giro non puoi aspettarti miracoli. La seconda: sono davvero efficaci ed efficienti solo se hai competenza nel dominio in cui li usi. In pratica, l'AI è un validissimo aiutante per fare meglio e più in fretta quello che già sai fare, non un sostituto del “saperlo fare”. Per questo trovo sopravvalutata l'idea che basti comprare lo strumento del momento per essere innovativi: non tutto ciò che è nuovo è necessario e rincorrere ogni novità senza dati ordinati e senza competenza vuol dire ritrovarsi con tanti strumenti accesi e poco valore reale.
Quali sono i vostri obiettivi di business o crescita per il 2026?
Il 2026 per noi è l'anno in cui mettiamo a terra tutto questo. L'obiettivo non è correre sui volumi, ma alzare ancora di più la qualità del nostro lavoro e del nostro fatturato: progetti più solidi, più valore per il cliente, più prevedibilità. Sul piano interno stiamo verticalizzando l'organizzazione e dando responsabilità chiare sui prodotti e sui reparti, non andando a cercare fuori figure senior, ma facendo sbocciare i tanti talenti che abbiamo già in casa, dandogli lo spazio e il ruolo per esprimersi davvero. Perché una crescita sana parte dall'organizzazione prima che dai numeri. E continuiamo a investire molto sulle persone: formazione continua e tanti momenti di confronto con altre realtà agli eventi di settore, perché è proprio lì che nascono gli spunti migliori. In sintesi: consolidare la nuova identità e renderla riconoscibile sul mercato. Le basi prima della corsa.
Guardando ai prossimi 2-3 anni, come immaginate l’evoluzione di Extera?
Immagino una Extera riconosciuta a livello nazionale come partner strategico per la trasformazione digitale, non più soltanto l'agenzia brava a costruire l'ecommerce e a fare girare le campagne, ma quella che guida il cambiamento con visione, competenza e metodo. Un team sempre più senior e diffuso, l'AI integrata nei nostri processi e in quelli dei clienti, una crescita sostenibile fatta di relazioni di lungo periodo. Ma la cosa di cui sono più sicuro è un'altra: quello che non cambierà. Il nostro spirito curioso, che si entusiasma davanti alle cose nuove e che vuole sempre migliorare, resterà lo stesso, ed è proprio quello spirito che applicheremo alle sfide e alle opportunità che ci troveremo davanti. Perché è questo, in fondo, che ci ha portati fin qui. E sono certo che ci porterà ancora lontano.