Diversity, Equity & Inclusion: UNA presenta il piano formazione 2024 ed espone la ricerca WFA/Kantar
Ancora molto lavoro per migliorare l’inclusività della Industry italiana del marketing e dell’advertising. Tra i progetti dell’organizzazione, un ciclo di incontri e un tavolo di lavoro dedicato
UNA, Aziende della comunicazione unite, ha annunciato nel corso dell’evento Diversity, Equity & Inclusion 2023 il suo piano per il 2024, pensato per incentivare la formazione sui temi sensibili dell’inclusività. UNA ha inoltre esposto i risultati della ricerca mondiale WFA relativi all’Italia, condotta da Kantar nei mesi di marzo e aprile 2023. Grazie al sostegno di oltre 160 associazioni che operano a livello globale, regionale e locale, questa è stata la più grande collaborazione nella storia del settore marketing.
Diversity, Equity & Inclusion: gli incontri di UNA
L’advisory 2024 si sostanzierà in quattro incontri a cadenza trimestrale, tenuti a Milano, ognuno con un focus diverso. Si partirà con “la diversità come valore”, in cui si discuterà della diversità cognitiva e professionale, dall’omologazione all’eterogeneità, per rispondere alla diversità di clienti, consumatori, collaboratori.
Poi l’incontro “Una questione di sesso?”, dedicato all’identità di genere e all’orientamento sessuale, dagli stereotipi tradizionali al linguaggio inclusivo, analizzando quali sono gli strumenti adatti per incentivare l’inclusione e individuando gli ostacoli da superare.
Seguirà “un’altra generazione”, in cui si parlerà di quali sono gli elementi che dividono e quali ci accomunano, con un dibattito su come lavorare al meglio con cinque differenti generazioni, per poi concludere con “Culture diverse, un unico pianeta”, dove sarà necessario comprendere quali sono le sfide che derivano dalle migrazioni e dall’interculturalità, quali sono le differenze culturali, come rispettarle e integrarle.
Il manifesto DE&I
Si tratta di un piano di formazione per stimolare l’avvio concreto nel 2024 dell’implementazione del tavolo Inclusion&Diversity di UNA, che nel corso di quest’anno "ha lavorato alacremente a fronte di una necessità che si fa sempre più impellente e a cui UNA ha dato una risposta ferma", si legge nel comunicato, "con la pubblicazione del manifesto DE&I, che insieme a codice etico e deontologico, va a completare i documenti che regolamentano la vita dell’associazione a cui gli associati sono tenuti ad attenersi".
“UNA si impegna mettendo nero su bianco il proprio approccio sistematico e dichiarato ai valori della diversità, equità e inclusione”, afferma Davide Arduini, Presidente UNA. “Valori che sia dal punto di vista associativo, sia da quelli aziendali e umani non sono più derogabili, soprattutto in un settore che deve prendersi la responsabilità dell’attivazione di dialoghi fertili, in quanto fa parte della sua ragion d’essere. Naturalmente questo è un punto di inizio, perché ogni manifesto dev’essere dinamico e accogliere i cambiamenti e sintonizzarsi con i contesti sociali e aziendali che intende regolamentare”.
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“Il Manifesto DE&I è il frutto di un lavoro di team che definisce le linee e i principi guida su temi di Diversity, Equity e Inclusion a cui tutte le agenzie UNA dovranno attenersi e fare propri”, afferma Simona Maggini, VicePresidente UNA e responsabile della commissione DE&I. “Il piano di formazione è un ulteriore passo avanti, al fine di comprendere appieno i temi fondanti del manifesto e con cui UNA si impegna a contribuire al miglioramento della società civile, attraverso i messaggi creati per i clienti, e a favorire all’interno delle nostre organizzazioni una cultura improntata alla cura, al rispetto e alla valorizzazione dei talenti e dell’unicità delle persone”.
La ricerca WFA/Kantar
Secondo lo studio esposto da UNA e condotto da Kantar, in un settore già poco inclusivo, l’Italia emerge come un territorio ancor meno inclusivo: il Bel Paese si colloca al di sotto del benchmark globale dell’Inclusion Index (59% contro il 63% a livello mondiale). Driver di questo fenomeno sono il modesto senso di appartenenza, pari al 64% rispetto al dato global di 69%, e la presenza di comportamenti discriminatori del 21%, due punti più alto rispetto al global benchmark di 19%.
L’indagine si basa su cinque differenti dimensioni relative alla diversità, quali genere, etnia, orientamento sessuale, religione e disabilità.
L’esito dell’indagine mostra che le aree in cui la discriminazione si manifesta maggiormente all’interno del luogo di lavoro sono quelle legate al genere (come vissuto personalmente o osservato sul posto di lavoro dal 16% degli intervistati, percentuale che sale al 21% tra le donne mentre si ferma all’ 8% tra gli uomini), all’età (sfera di discriminazione vissuta dal 13% delle persone, in particolare dal 15% delle donne e dal 10% degli uomini) e alle responsabilità familiari (motivo di penalizzazione vissuto dal 14% dei rispondenti, che sale al 18% tra le donne e si ferma al 9% per uomini).
Il focus sul mondo del lavoro
A subire maggiormente discriminazioni di genere è, come si può immaginare, il comparto femminile: l’8% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito personalmente discriminazioni di genere nella propria azienda, contro l’1% degli uomini; il 15% di donne invece ha osservato discriminazioni basate sul genere nei confronti di altri nella propria azienda, dato raddoppiato rispetto al 7% degli uomini. Che il genere possa ostacolare la carriera nella propria azienda è il pensiero del 44% delle donne che hanno risposto al sondaggio, rispetto al 13% degli uomini. Inoltre, solo il 16% di donne crede ci sia parità di salario rispetto ai colleghi maschi, contro al 28% di uomini.
Un altro dato da non sottovalutare è quello relativo alla salute mentale e su come questo tema non venga gestito adeguatamente dalle aziende. Più della metà degli intervistati sostiene di essere molto stressato sul luogo di lavoro e solo il 22% crede che la propria azienda sia attiva al fine di ridurre al minimo il rischio di malessere rispetto alla salute mentale. Un malessere da non sottovalutare invece, dal momento che il 31% dichiara che il proprio lavoro ha un impatto negativo sulla propria salute fisica.
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Pur riconoscendo che la propria azienda abbia intrapreso attivamente un percorso per essere più inclusiva (72%), il 43% degli italiani intervistati percepisce dei miglioramenti nel comparto rispetto agli ultimi due anni, mentre il 35% ritiene che le condizioni siano rimaste invariate e il 44% sostiene siano necessari ulteriori sforzi.
“Ciò che emerge da questo quadro è una Industry che si è resa consapevole dei cambiamenti necessari al proprio interno”, commenta Davide Arduini, Presidente di UNA. “Tuttavia, come viene mostrato dai dati della ricerca, è necessario migliorare alcuni aspetti affinché il luogo di lavoro all’interno delle aziende di comunicazione diventi spazio di maggiore condivisione, condannando ogni forma di discriminazione”.
“Questa indagine mostra dati relativi a un tema, purtroppo, più che mai attuale, quello del gender gap, che in Italia è particolarmente radicato”, spiega Marianna Ghirlanda, Presidente del Centro Studi UNA. “Da questo studio si traggono alcuni punti che sottolineano la profondità di questa problematica. Le lavoratrici italiane riconoscono la presenza di una discriminazione di genere sul luogo di lavoro, che ostacola loro l’ascesa di carriera, oltre al divario retributivo con i colleghi maschi; ciò le porta ad avere un senso di appartenenza alla propria azienda inferiore rispetto agli uomini. Un altro elemento fondamentale che emerge dai risultati è il tema delle responsabilità familiari che impattano sulla carriera, principalmente delle donne”.