Perplexity AI, startup di San Francisco che sviluppa un motore di ricerca basato su intelligenza artificiale, ha annunciato un nuovo modello di remunerazione rivolto agli editori. L’iniziativa, come riportato da Bloomberg, arriva dopo le critiche e le azioni legali di diverse testate contro l’utilizzo dei contenuti giornalistici da parte delle piattaforme AI senza ritorni economici per chi li produce.
Il programma si basa su Comet Plus, un abbonamento mensile da 5 dollari che darà accesso a una selezione di contenuti curati. Il servizio sarà incluso senza costi aggiuntivi nei piani Perplexity Pro e Max. La società ha stanziato 42,5 milioni di dollari da condividere con gli editori aderenti, che riceveranno l’80% dei ricavi generati, mentre la quota restante rimarrà a Perplexity per coprire i costi di calcolo e gestione.
Il progetto si lega anche al browser proprietario Comet, attualmente in fase di test, che integra funzioni di intelligenza artificiale capaci di riassumere contenuti e compiere azioni su richiesta.
Aravind Srinivas, CEO della startup, ha dichiarato a Bloomberg che “gli editori devono essere pagati” e che il nuovo modello punta a costruire uno standard di compensazione più adatto all’era dell’intelligenza artificiale. Per Jessica Chan, responsabile delle partnership editoriali, il tradizionale modello basato su traffico e clic è ormai “superato”.
Come riportato da Ansa, Perplexity è al centro di più cause legali: tra queste, quella intentata dal Wall Street Journal, dal New York Times e dal giapponese Yomiuri Shimbun, che accusano l’azienda di utilizzare contenuti protetti da copyright senza autorizzazione. In passato, Perplexity aveva già collaborato con testate come Time, Los Angeles Times e Fortune su programmi di revenue sharing pubblicitario.
La società, valutata 18 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di finanziamenti, ha recentemente fatto parlare di sé anche per un’offerta da 34,5 miliardi di dollari per l’acquisto del browser Chrome da Google, nel caso in cui l’azienda di Mountain View fosse costretta a cederlo nell’ambito delle indagini antitrust negli Stati Uniti.