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03/09/2025
di Alessandra La Rosa

Google non dovrà vendere Chrome: si chiude il processo antitrust USA

L’avvento dell’AI cambia il corso di un caso che è andato avanti per 5 anni. Stop agli accordi esclusivi

Foto di Greg Bulla su Unsplash

Foto di Greg Bulla su Unsplash

Google non dovrà vendere Chrome. Si conclude, sostanzialmente con un successo per Big G, il processo lanciato dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti contro il colosso di Mountain View, accusato di avere un monopolio nell’ambito dei motori di ricerca.

Il giudice federale Amit Mehta, dopo avere esaminato il caso e avere stabilito che in effetti sì, Google detiene un monopolio, in fase di decisione dei “rimedi” ha respinto la richiesta di imporre al colosso di Mountain View la cessione del browser Chrome e del sistema operativo Android: secondo il giudice, sarebbe esagerato “chiedere la cessione forzata di queste risorse chiave, che Google non ha utilizzato per attuare alcuna restrizione illegale”. 


Leggi anche: ANTITRUST: IL GOVERNO USA CHIEDERÀ A GOOGLE DI VENDERE CHROME 


Nella lunga sentenza, il giudice ha spiegato la sua decisione sottolineando come la concorrenza sul mercato sia oggi molto diversa rispetto a quando era stato aperto il caso, 5 anni fa. Mehta ha fatto un esplicito riferimento all’intelligenza artificiale generativa, sottolineando che “ha cambiato il corso di questo caso”. “Ci sono forti ragioni per non scuotere il sistema e permettere alle forze di mercato di svolgere il loro lavoro”, ha spiegato, aggiungendo che società di AI “sono già in posizione migliore, finanziariamente e tecnologicamente, per competere con Google, rispetto a qualunque tradizionale motore di ricerca negli ultimi decenni”.

I nuovi obblighi per Google

Niente vendita dei servizi, dunque, ma alcuni nuovi obblighi per Google ci saranno in ogni caso: l’azienda infatti non potrà più stipulare accordi esclusivi per la distribuzione dei suoi servizi principali, tra cui Google Search, Chrome e la piattaforma di intelligenza artificiale Gemini. Insomma, la società potrà continuare a pagare i partner per preinstallare i propri servizi sulle loro piattaforme e sistemi operativi, ma non potrà escludere la presenza sugli stessi di servizi concorrenti. Big G dovrà inoltre condividere con i rivali parti del suo indice di ricerca e alcuni dati sulle interazioni degli utenti, per garantire una concorrenza adeguata.  

La decisione del giudice non ha però lasciato interamente soddisfatta Google, che ha annunciato che presenterà ricorso in appello. Soddisfatti sono però i mercati: dopo l’annuncio, il titolo di Alphabet è salito del 7% nelle contrattazioni after-hours. E quello di Apple - che dalla distribuzione di Chrome sul proprio sistema operativo è arrivata in passato ad incassare 20 miliardi di dollari l’anno - ha guadagnato il 3%.

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