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15/09/2025
di Emanuele Landi, founder di Landi Consulting

Dati, attenzione e qualità: perché al mercato pubblicitario serve un Q-GRP

La TV lineare garantisce massa critica, le CTV qualità e dati. Ma senza una metrica ibrida il rischio è trasformare la pubblicità in una commodity

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Nella sezione Opinioni, Engage pubblica articoli redatti da professionisti esperti di marketing e comunicazione. Emanuele Landi (nella foto sopra), Content Strategy Director & founder di Landi Consulting, già executive in FOX e Disney, ci accompagna in una riflessione sul futuro delle metriche pubblicitarie: dal dibattito internazionale sulle currency alla proposta di un nuovo indice, il Q-GRP.


La notizia è arrivata dagli Stati Uniti: una partita NFL trasmessa in esclusiva e gratuitamente su YouTube ha registrato oltre 16 milioni di spettatori secondo Nielsen. Un successo? Sì, ma con polemica incorporata.

I grandi broadcaster sportivi americani hanno infatti contestato la metodologia: Nielsen avrebbe utilizzato un workflow “custom”, non perfettamente comparabile con la nuova currency ufficiale (Big Data + Panel). La discussione non è più su chi ha vinto la serata, ma su quanto valgono i numeri e con quale moneta li si misura.

USA, UK e Italia: lezioni a confronto

  • Negli USA Nielsen ha integrato dati di set-top box e smart TV ACR con il panel classico, cercando di costruire una currency unica. Ma le differenze metodologiche e le deroghe “ad evento” continuano ad alimentare diffidenza e conflitti.
  • In UK il BARB ha compiuto un passo storico: Netflix e Disney+ hanno accettato di condividere i propri log server, consentendo di esprimere anche le views digitali nella stessa metrica della TV, l’Average Minute Audience (AMA). Ma il Barb ha un campione limitato e i dati aggregati forniti dagli OTT non sono granulari
  • In Italia Auditel ha lanciato la Total Audience quotidiana, traducendo i dati digitali in AMA comparabili alla televisione lineare. Il campione è abbondante e l’accuratezza elevata.  È un salto culturale e metodologico, ma con un limite: gli OTT internazionali restano ai margini del sistema JIC perché sono intrinsecamente diversi dai broadcaster tradizionali e vivono dei loro dati di prima parte inoltre hanno una inventory limitata di default.

Non basta la trasparenza: serve una metrica che faccia crescere il mercato

Il vero punto non è (solo) la trasparenza. È la capacità della metrica di sostenere un ecosistema industriale equilibrato:

  • La TV lineare vive di grandi volumi di GRP, che finanziano produzioni, sport, news, intrattenimento.
  • Le CTV e le OTT hanno inventory pubblicitaria ridotta (modelli subscription-first) ma dati di altissima granularità.

Se si valorizza solo uno dei due poli, si rischia di rompere l’equilibrio: o si svuota il business televisivo tradizionale, o si lascia il digitale in una logica puramente di volume a basso prezzo. In tutto questo c’è il tema dell’attenzione efficace per evitare di sprecare soldi dei clienti e poi come se non bastasse c’è il convitato di pietra: i social che con i creator stanno spostando o ha già spostato l’asse dell’attenzione mediatica di una parte rilevante del pubblico.

La provocazione: un nuovo indice, il Q-GRP

Oggi il mercato pubblicitario si muove su due logiche:

  • Il GRP (reach × frequenza), solido ma “televisivo”.
  • Il CPM, semplice e transazionale, ma cieco sul valore reale delle impression.

Perché non pensare a un Q-GRP (Qualified GRP), un livello premium che tenga insieme:

  • Copertura unica sul target.
  • Frequenza efficace, quella che realmente genera ricordo.
  • Qualità dell’esposizione: viewability, tempo in view, attenzione, brand safety, co-viewing. (sui social e sui mezzi connessi si può calcolare)
  • Rappresentatività del target. (questo è fondamentale per non strapagare nicchie interessanti ma poco significative)
  • Costo commerciale (CPM), ma solo come componente, non come unico driver.

In questo scenario, il Q-GRP avrebbe un prezzo minimo garantito, mai inferiore al GRP tradizionale. Non deve competere con i volumi della TV lineare: è un prodotto diverso, come le normali segmentazioni di prodotti in un centro commerciale.

Ne ho sempre sentito parlare in modo informale quando vendevo i cable channels ma con limiti empirici evidenti senza una validazione certificabile e parametri condivisi. Inoltre all’epoca la connessione non esisteva e le prime forme di addressable tv erano limitate e rozze.

Una logica a due velocità, ma complementare

  • La TV lineare continua a fornire bulk reach a GRP standardizzati, fondamentali per dare massa critica alle campagne.
  • Le CTV e le OTT possono valorizzare le proprie inventory scarse con Q-GRP premium, dando prova della loro efficacia e giustificando un prezzo più alto.
  • Gli inserzionisti avrebbero così due leve: quantità e qualità, senza dover scegliere tra l’una e l’altra.

Ma soprattutto si eviterebbe una battaglia poco utile fra mezzi diversi che offrono inventari diversi, ma non solo: la pubblicità potrebbe tornare ad essere un prodotto significativo.

Conclusione: la pubblicità non è una commodity

Il rischio, se restiamo fermi agli steccati attuali  è che la pubblicità diventi solo una commodity, una “mucca da mungere” che perderà sempre più valore sulla tv a vantaggio di formule alternative come content autoprodotto ma anche a danno della creatività: un prodotto commoditizzato perde il valore produttivo e creativo: basta mettere un messaggio che parli abbastanza bene del prodotto.

Con un sistema ibrido GRP + Q-GRP la pubblicità torna ad essere un investimento strategico, capace di far crescere il business delle aziende e sostenere un ecosistema editoriale che rimane centrale per la società.

Non è questione di schierarsi tra broadcaster e OTT. È questione di elevare la moneta con cui misuriamo il valore dell’attenzione.

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