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04/03/2026
di Cristina Oliva

Produzione internazionale in Italia, Lusardi (Orbis): «Nel 2026 vincerà chi saprà pensare la produzione come sistema»

Dalla fashion production all’automotive, dal branded storytelling ai live event: la Head of Production di Orbis, Elena Lusardi, racconta cosa cercano oggi i marchi globali quando scelgono l’Italia

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Nel 2026 la produzione audiovisiva non è più l’ultima fase della creatività, è il punto in cui idea, logistica, compliance, timing e distribuzione si incontrano. Per i brand internazionali che scelgono l’Italia, il tema non è soltanto trovare una location iconica, ma costruire un processo capace di tenere insieme qualità visiva, velocità esecutiva e controllo operativo. In altri termini: meno attrito, più affidabilità.

In questo scenario si muove Orbis Production, società di produzione full service con quartier generale a Milano e presidi operativi a Roma e Venezia, attiva su campagne fashion & beauty, branded content, live production, sport/performance, automotive e storytelling per brand internazionali. Nel portfolio del gruppo compaiono lavori per Samsung e CNN Create, Guess, Armani Beauty, Dior, Heineken, Monster Energy, BYD, Verizon, VGW Play x Scuderia Ferrari e Stellantis x Applied Intuition, con produzioni coordinate in tutta Italia: da Milano, Roma e Venezia fino a Firenze, Torino, Genova, la Toscana, il Lago di Como, le Dolomiti, la Sardegna e la Sicilia. "Revealing the Unseen", progetto sviluppato per Samsung con CNN Create, ha inoltre ottenuto un riconoscimento ai Webby Awards.

If you don’t schedule risk, it schedules you”, ha sintetizzato di recente Mike Lisjak, Global Executive Producer di Orbis Production. È una formula che racconta bene quanto il lavoro produttivo, oggi, sia diventato un esercizio di previsione prima ancora che di esecuzione.

Engage ne ha parlato con Elena Lusardi, Head of Production di Orbis Production. Ecco cosa ci ha detto. 

Quando oggi un brand o un’agenzia internazionale decide di produrre in Italia, che cosa chiede davvero?

La prima richiesta oggi è meno dispersione. I brand non cercano solo un partner che esegua bene, ma una struttura capace di rendere leggibile la complessità. Oggi un progetto raramente produce un solo hero film: deve generare anche cut social, stills, BTS, asset PR, contenuti retail, versioni verticali e adattamenti per mercati diversi. Questo significa che la produzione entra molto prima nel processo, già in fase di fattibilità, scheduling, diritti, budgeting e delivery.

Per come la vedo io, il premium oggi non consiste nell’aggiungere complessità al set, ma nell’assorbirla prima, così che sul set possano emergere davvero la regia, il talento e la qualità dell’immagine. È qui che si gioca la differenza tra un fornitore e un production partner.

Che cosa significa, concretamente, fare full service production in un Paese come l’Italia?

Significa capire che l’Italia non è un’unica macchina produttiva, ma un mosaico di contesti molto diversi. Milano, Roma e Venezia hanno logiche differenti; lo stesso vale se ti sposti in Toscana, sul Lago di Como, in Liguria, sulle Dolomiti, in Sardegna o in Sicilia. Cambiano accessi, permessi, tempi di risposta, mobilità, allestimenti, finestre operative e rapporto con le istituzioni locali. Per noi full service vuol dire che il cliente non deve ricominciare da capo ogni volta che cambia territorio. Un unico framework di produzione deve poter governare location scouting, permits, casting, crew, equipment, transport, live capture, post e versioning, mantenendo lo stesso standard operativo ovunque si lavori. È lì che l’Italia smette di essere solo una somma di luoghi bellissimi e diventa una piattaforma produttiva affidabile.

Quanto cambia il lavoro tra fashion & beauty, technology e automotive?

Cambia moltissimo, anche se il principio di fondo resta identico: proteggere l’idea creativa dentro un sistema operativo molto solido. Nel fashion e nel beauty la precisione non è un fatto decorativo: è sostanza di brand. Penso a progetti come Guess, Armani Beauty o Dior, dove casting, pelle, texture, movimento dei materiali, colore, ritmo del set e dialogo con il talento definiscono il risultato almeno quanto la location. E quasi sempre film e stills nascono insieme, quindi bisogna progettare il contenuto come un ecosistema, non come una sequenza di task separati. Nel technology storytelling cambia il baricentro. L’immagine deve restare forte, ma serve anche chiarezza: prodotto, interfaccia, promessa, utilità, contesto editoriale. In un progetto come quello sviluppato per Samsung con CNN Create, per esempio, la produzione deve sostenere non solo l’estetica del racconto, ma anche la sua leggibilità e credibilità. Nell’automotive e nella mobility entrano poi in gioco altre variabili: sicurezza, strade, car rigs, tracking, precision driving, condizioni ambientali e sistemi tecnici complessi. Ma anche qui il punto è sempre lo stesso: l’ambizione creativa ha valore solo se regge dentro un impianto produttivo molto controllato.

In che modo casi come Samsung con CNN Create, Heineken Fusion, VGW Play x Scuderia Ferrari e Stellantis x Applied Intuition raccontano l’evoluzione del mestiere?

Mi dicono che il mercato non separa più davvero creatività e produzione: pretende che dialoghino fin dall’inizio. Samsung con CNN Create ci ricorda che oggi i brand funzionano meglio quando adottano una grammatica più vicina all’editorial storytelling, dove il contenuto deve essere chiaro, credibile e ben calibrato. Heineken Fusion, al contrario, lavora su energia, ritmo, lifestyle e immediatezza: lì la sfida è mantenere freschezza senza perdere rigore produttivo.

VGW Play x Scuderia Ferrari porta il tema della performance e del talento in un territorio ad alta esposizione, dove tempistiche, gestione dell’immagine e precisione esecutiva devono convivere. Stellantis x Applied Intuition, infine, racconta molto bene una trasformazione che vedremo sempre di più: l’automotive non si comunica solo con la dinamica del mezzo, ma anche con il linguaggio del software, dell’interfaccia e dell’esperienza di bordo.

In casi molto diversi tra loro, il punto comune è uno: la produzione non può più limitarsi a “fare bene il set”; deve comprendere il contesto strategico del contenuto.

Che ruolo avranno live production, sport e grandi appuntamenti globali nel 2026?

Molto più di quanto si pensi. I grandi appuntamenti non aumentano solo la visibilità: aumentano la pressione sugli output. Un launch, una partnership sportiva o un’attivazione live oggi non generano un solo asset, ma un sistema di contenuti: capture multi-camera, live streaming, edit near-live, vertical social, stills, materiale PR, contenuti per trade, asset per i team interni e spesso delivery rapidissima per più mercati.

Questo vale chiaramente per il mondo dello sport e della performance — penso anche a linguaggi come Monster Energy, Verizon o Scuderia Ferrari — ma vale sempre di più anche per beauty, tech e lifestyle. Nel percorso verso la Fifa World Cup 2026 vedremo brand e agenzie lavorare su ambassador, hospitality, fan culture, branded entertainment e contenuti a rilascio accelerato. In questo scenario vincerà chi saprà pensare la produzione come sistema integrato, non come somma di reparti.

Quali sono le priorità di Orbis Production per il 2026?

Le priorità sono tre. La prima è rafforzare ulteriormente la nostra capacità di operare come partner unico per l’Italia: coordinamento da Milano, presidio operativo a Roma e Venezia, e una rete capace di attivarsi con la stessa solidità anche quando i progetti si muovono tra città, territori e formati diversi.

La seconda è crescere nei contesti in cui la produzione ha un peso sempre più strategico: fashion & beauty, branded storytelling, technology, automotive, sport e live production. La terza è investire ancora di più nella parte invisibile del lavoro: pre-production, risk mapping, budgeting, versioning, delivery e processi di decisione rapidi.

Oggi il valore non sta solo in ciò che si gira, ma nella capacità di rendere un progetto immediatamente spendibile su piattaforme, mercati e touchpoint differenti. Credo che nel 2026 la produzione premium non sarà quella che mostra più complessità, ma quella che la rende governabile con naturalezza.

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