L’accordo raggiunto da Meta con 52 procuratori generali americani sulla tutela dei minori potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre Facebook e Instagram. Se approvata definitivamente e soprattutto se TikTok e YouTube accetteranno di aderire, l’intesa potrebbe infatti diventare il primo vero tentativo di definire uno standard comune per l’utilizzo dei social da parte degli adolescenti.
E potrebbe, di conseguenza, cambiare anche i termini del confronto politico che si sta sviluppando in molti Paesi. Dall’Australia alla Francia, passando per le iniziative in discussione in Europa e Italia, il dibattito si è concentrato soprattutto sull’introduzione di soglie anagrafiche e divieti di accesso. Il modello che emerge dall’accordo americano segue invece una strada diversa: non impedire necessariamente ai minori di utilizzare i social, ma imporre condizioni molto più stringenti al loro utilizzo.
È questa, più ancora delle singole misure annunciate da Meta, la parte dell’accordo che forse vale maggiormente la pena osservare.
Un social diverso per gli adolescenti
Le misure, comunque, sono tutt’altro che marginali. Negli Stati e territori coinvolti dall’accordo, Meta si impegna ad applicare automaticamente agli under 18 un limite complessivo di due ore al giorno su Facebook e Instagram, che potrà essere disattivato solo con il permesso dei genitori. Tra mezzanotte e le 6 scatterà invece un blocco delle principali funzioni delle app, mentre durante l’orario scolastico le notifiche saranno silenziate.
Ci sono poi interventi che toccano direttamente il modo in cui i social vengono utilizzati: la possibilità di scegliere come default un feed non algoritmico e di disattivare l’autoplay, i like nascosti, avvisi periodici sul tempo trascorso online. A questo si aggiungono maggiori strumenti per i genitori e sistemi più sofisticati per individuare gli account di under 13 e quelli di adolescenti che dichiarano un’età adulta.
È un approccio diverso da quello seguito, o almeno discusso, in molti altri Paesi. Qui il punto non è tenere un quindicenne fuori da Instagram, ma fare in modo che il suo Instagram funzioni diversamente da quello di un adulto.
La portata delle misure è stata sottolineata anche da Phil Weiser, procuratore generale del Colorado, secondo cui le protezioni ottenute con l’accordo sono «molto significative» e vanno «ben oltre ciò che qualsiasi tribunale ha ordinato o probabilmente ordinerebbe». Un giudizio che aiuta a capire perché l’intesa possa diventare qualcosa di più della soluzione di un contenzioso americano.
Il problema dei divieti e dell’età
Nel mondo, l’Australia è stato il primo Paese a scegliere la strada del divieto, impedendo agli under 16 di avere account su diverse piattaforme social. La Francia ha provato a muoversi in una direzione simile per gli under 15, ma la legge approvata dal Parlamento si è recentemente scontrata con la bocciatura del Conseil constitutionnel.
Il caso francese ha mostrato bene uno dei problemi di questo approccio. Per impedire a un quattordicenne di entrare su un social bisogna prima sapere che ha quattordici anni. E quindi trovare un sistema per verificare l’età degli utenti, adulti compresi.
Proprio la verifica ex ante era uno dei punti più delicati della legge francese, perché finiva per coinvolgere l’intera platea degli utenti e poneva problemi di proporzionalità e tutela della privacy. È un tema sul quale si sta muovendo anche l’Unione europea, che lavora a sistemi capaci di dimostrare il possesso di una determinata età senza dover comunicare altri dati personali.
L’accordo americano, va detto, non elimina affatto il problema. Meta si impegna a rafforzare i propri sistemi di age assurance e continua a sostenere che una parte della soluzione dovrebbe stare ancora più a monte, con gli app store chiamati a verificare l’età e a fornire questa informazione alle piattaforme.
La differenza è nell’uso che si fa di quell’informazione: non necessariamente decidere chi può entrare e chi no, ma quale esperienza offrire a chi entra.
Perché Meta vuole TikTok e YouTube a bordo
Perché il modello funzioni davvero, però, Meta sostiene che non possa riguardare soltanto le sue piattaforme. E nello statement chiama direttamente in causa TikTok e YouTube.
La spiegazione ufficiale è piuttosto lineare: gli adolescenti passano continuamente da un’app all’altra e, se raggiunto il limite su Instagram basta aprire TikTok, una parte dell’effetto delle restrizioni viene inevitabilmente meno.
Ma c’è evidentemente anche una questione competitiva. Limitare il tempo trascorso su Facebook e Instagram, ridurre le notifiche e intervenire su autoplay e raccomandazioni significa toccare alcuni dei principali meccanismi che alimentano l’engagement. Se Meta fosse l’unica a farlo, rischierebbe di concedere un vantaggio ai concorrenti proprio nella battaglia per l’attenzione degli utenti più giovani.
L’accordo, non a caso, contiene incentivi molto concreti per allargare il modello. Dei circa 17 miliardi di dollari previsti nell’annuncio di Meta, circa 5 miliardi verranno sbloccati solo a determinate condizioni: TikTok e YouTube dovranno adottare un limite giornaliero di un’ora, Night Mode e misure di age assurance e contribuire a loro volta economicamente.
Se aderissero, diventerebbero più severi anche gli impegni di Meta: il limite passerebbe a un’ora al giorno per ciascuna app e il blocco notturno si estenderebbe dalle 22 alle 7.
Insomma, l’interesse dei regolatori e quello di Meta qui sembrano incontrarsi. I primi vogliono protezioni più forti e possibilmente uniformi per i minori; Meta ha tutto l’interesse a fare in modo che il costo di quelle protezioni, economico ma soprattutto in termini di utilizzo delle piattaforme, non ricada soltanto su Facebook e Instagram.
Verso un'alternativa ai divieti?
Per ora, naturalmente, i condizionali sono d’obbligo. L’accordo deve ancora ottenere l’approvazione giudiziaria e resta soprattutto da vedere se TikTok e YouTube accetteranno di seguire Meta.
E non tutti, negli Stati Uniti, ritengono sufficiente il risultato raggiunto. La Florida ha scelto di non aderire all’accordo e di proseguire la propria battaglia giudiziaria. Il procuratore generale James Uthmeier ha definito i pagamenti agli Stati «briciole» rispetto ai danni che attribuisce alle funzionalità di Meta progettate per favorire un utilizzo compulsivo dei social.
Se l’accordo superasse il vaglio giudiziario e le altre grandi piattaforme decidessero di aderire, però, potrebbe prendere forma qualcosa che finora è mancato: uno standard di settore sull’uso dei social da parte dei minori, basato su limiti condivisi al tempo trascorso online, all’utilizzo notturno e ad alcuni dei meccanismi che favoriscono l’engagement.
Sarebbe una forma di autoregolamentazione, anche se nata sotto una forte pressione giudiziaria e istituzionale. E non renderebbe automaticamente inutile l’intervento dei regolatori. Ma potrebbe abbassarne l’urgenza, soprattutto sul fronte dei divieti generalizzati che diversi governi stanno valutando.
Ed è forse questo l’effetto più interessante da osservare nei prossimi mesi. Mentre una parte della politica cerca ancora il modo migliore per tenere i minori fuori dai social, le piattaforme potrebbero arrivare prima a un compromesso per tenerceli, ma con regole molto diverse da quelle di oggi. Basterà?