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di Simone Freddi

L’AI entra in televisione: Barbara Carfagna racconta Ipazia, l’esperimento di “Codice” su Rai 1

La giornalista racconta a Engage il progetto basato su una RAG alimentata da dieci anni di contenuti. Un test che apre nuove prospettive per l’utilizzo degli archivi e dell’intelligenza artificiale in tv

Barbara Carfagna e Ipazia (foto dal sito di Media Engeneering)

Barbara Carfagna e Ipazia (foto dal sito di Media Engeneering)

L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente molti settori della comunicazione, ma ce n’è uno in cui la sua presenza, almeno per ora, si vede molto meno: la televisione. Non che l’AI non venga già utilizzata dietro le quinte, ma sullo schermo e soprattutto nel linguaggio dei programmi gli esperimenti restano ancora limitati.

Per questo è interessante quello che sta accadendo in Rai. E non è scontato che uno degli esperimenti più interessanti arrivi proprio dal servizio pubblico.

L’esperimento si chiama Ipazia ed è stato portato nelle ultime puntate di Codice – La vita è digitale, il programma di Rai 1 ideato e condotto da Barbara Carfagna. Non è soltanto un avatar: può interagire con gli ospiti e, soprattutto, lavorare sulla memoria di dieci anni di trasmissione.

Per saperne di più, abbiamo contattato Carfagna e ci siamo fatti raccontare come è nato il progetto, come viene utilizzato e quali sviluppi potrebbe avere.

Ipazia è basata su una RAG (Retrieval-Augmented Generation), un sistema che consente all’intelligenza artificiale di formulare le proprie risposte attingendo a una base di conoscenza selezionata. Nel suo caso, questa base comprende dieci edizioni di Codice: anni di interviste, servizi e contenuti che Ipazia può interrogare e mettere in relazione.

Dieci anni di “Codice” nella memoria di Ipazia

«Recupera solo tra dati scelti e selezionati e non va a pescare fuori», spiega Carfagna. Lavorare su un corpus definito permette innanzitutto di ridurre il rischio di allucinazioni. Ma c’è un secondo aspetto particolarmente interessante: Ipazia può utilizzare l’archivio del programma come una memoria a cui accedere in tempo reale. Può ad esempio recuperare chi abbia parlato di un determinato argomento, quando lo abbia fatto, ritrovare un’intervista o mettere in relazione contenuti realizzati a distanza di anni.

«Io mi ricordo quasi tutto di Codice, ma ovviamente sono umana. Lei si ricorda tutto. A volte mi ricorda un dettaglio, un’intervista o una trasferta che in quel momento non mi viene in mente».

Carfagna la descrive come una sorta di «protesi di memoria e di capacità di elaborazione dei dati» a disposizione del conduttore.

Il progetto è stato realizzato con Media Engineering, fornitore selezionato dalla Rai. Secondo Carfagna, un sistema di questo tipo, considerando la quantità di dati da processare, la potenza di calcolo e il lavoro necessario, ha normalmente un valore nell’ordine dei 60-100 mila euro.

L’ispirazione arriva anche dalla Cina

L’idea nasce anche guardando a quanto sta accadendo in Cina, dove alcune televisioni hanno già spinto più avanti l’integrazione dell’intelligenza artificiale. Shanghai Media Group, per esempio, ha impostato una strategia “All in AI”, lavorando anche su digital anchor, agenti e modelli verticali.

Carfagna racconta di aver visitato personalmente la televisione di Shanghai e di aver osservato da vicino il modo in cui queste tecnologie vengono impiegate: «Loro usano avatar e RAG comunemente, quotidianamente. Mai in sostituzione del conduttore o del giornalista, ma in modo complementare».

È anche da questa esperienza che nasce l’idea di sperimentare un sistema simile all’interno di Codice.

Cosa ha fatto Ipazia in tv

Nel programma di Rai 1, intanto, la sperimentazione è già passata dalla teoria allo schermo.

Nella puntata del 28 agosto, durante un’intervista ad Andrii Hrytseniuk, responsabile dell’innovazione digitale della Difesa ucraina, collegato da un luogo protetto, Ipazia ha dato volto e voce all’intervistatore reale, che non poteva comparire. Le domande, in questo caso, erano state formulate dalla persona che aveva realizzato l’intervista.

Carfagna racconta anche un utilizzo più autonomo nel confronto con il generale Carmine Masiello: «Ha fatto proprio le domande lei e lui le ha fatte a lei. Ha risposto in totale libertà e simultaneità».

Il 4 settembre è stato invece Massimo Chiriatti a intervistare Ipazia, mettendone alla prova la memoria e discutendo con lei del funzionamento della RAG. Il confronto rende piuttosto evidente la differenza tra l’avatar in sé e ciò che c’è dietro: un sistema capace di recuperare ed elaborare i contenuti su cui è stato costruito.

E se si potesse parlare con l’archivio Rai?

Per ora la memoria di Ipazia è quella di Codice. Ma Carfagna pensa già a un possibile passo successivo: lasciare il sistema nella pagina del programma su RaiPlay, permettendo agli utenti di interrogare direttamente i contenuti delle passate edizioni. Si tratta, precisa, di una sua proposta e non di un progetto già approvato dalla Rai.

Il ragionamento diventa ancora più interessante se si allarga il perimetro. La Rai possiede decenni di servizi, interviste, programmi e materiali audiovisivi. Carfagna immagina, per esempio, un giornalista che davanti a una nuova crisi in Iraq possa interrogare quanto prodotto dall’azienda sull’argomento, recuperando rapidamente servizi, dichiarazioni e date che poi spetterebbe alla redazione verificare e utilizzare.

Non cercare più soltanto dentro un archivio, insomma, ma poter parlare con l’archivio.

«Il rischio? Che diventi tutto uguale»

Resta il tema dell’impatto sul lavoro. Carfagna non nega che l’intelligenza artificiale stia già entrando nei processi di produzione televisiva e che alcune attività possano, in prospettiva, essere sostituite. Ma distingue questo scenario dall’esperimento di Codice: Ipazia è stata pensata per affiancare il lavoro del conduttore e della redazione, aggiungendo capacità - dalla memoria dell’archivio all’elaborazione dei contenuti - che una persona da sola difficilmente potrebbe avere. È in questo senso che si chiede: «Questa funzione integrativa quale lavoro toglie a chi?».

Il rischio che indica è piuttosto un altro, l’omologazione. «Che diventi tutto uguale».

Per evitarlo, parla della necessità di mantenere l’“artigianalità” della produzione. Nel caso di Codice, sono Carfagna e gli autori a decidere come utilizzare Ipazia, quando farla intervenire e quale ruolo assegnarle.

Ma la riflessione della giornalista va anche oltre il programma. La Rai dispone di un patrimonio enorme di informazione, immagini, interviste e contenuti originali che potrebbe diventare la base per RAG e modelli verticali. Carfagna arriva a immaginare «una società di intelligenza artificiale che usa come interfaccia la radio, la televisione e i social media». In altre parole, dice, «non è più una televisione che usa l’AI, ma una società di intelligenza artificiale con i dati della Rai».

È una visione di Carfagna, non un progetto annunciato dall’azienda. Ma nell’era dell’AI anche il valore degli archivi delle media company potrebbe cambiare profondamente.

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