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03/09/2020
di Alessandra La Rosa

Pubblicità su iOS 14: ecco come ha risposto Google alle novità sulla privacy di Apple

Dopo Facebook, anche Big G si adegua ai cambiamenti del sistema operativo. Ecco quale strategia ha attuato e perché la sua reazione è stata diversa da quella di Menlo Park

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Dopo quella del blocco dei cookie terzi su Chrome, recentemente un’altra mossa di un importante colosso di internet ha iniziato a destare preoccupazioni nel mondo della pubblicità digitale.

Stavolta si tratta di Apple, che ha annunciato che il suo nuovo sistema operativo iOS 14 imporrà l’obbligo, per gli sviluppatori di app, di ottenere il consenso dall’utente alla raccolta del codice univoco del dispositivo, il cosiddetto IDFA. Si tratta di un codice che Apple genera in maniera casuale assegnandolo a un singolo device, e che gli sviluppatori di app poi utilizzano per il targeting pubblicitario e la misurazione delle performance delle campagne tra i vari programmi e dispositivi.

Una mossa che, se da un lato è volta a proteggere la privacy degli utenti, dall’altro comporta delle nuove limitazioni al targeting e alle misurazioni delle campagne, e dunque alla monetizzazione di editori e sviluppatori di app. La questione è stata sollevata con gran clamore circa una settimana fa da Facebook, che ha sottolineato come questa novità di Apple avrà importanti ripercussioni su chi utilizza il suo Audience Network: il social parla addirittura di un possibile calo dei ricavi del 50% per gli editori. Ciononostante, e probabilmente per evitare una disomogeneità nelle metodologie di targeting e misurazioni, Menlo Park ha annunciato che, invece di chiedere agli utenti il permesso per raccogliere l’IDFA, le sue app non raccoglieranno più il codice sui dispositivi che utilizzano iOS 14.

E l’altro grande colosso di internet, Google? A quanto pare, al contrario della reazione plateale di Facebook, Google ha invece preferito rispondere “in sordina” alla novità di Apple. Naturalmente, la questione IDFA tocca anche la società di Mountain View, in quanto il codice viene utilizzato a fini di targeting e misurazione sia dalle sue app di proprietà (ad esempio YouTube) su dispositivi iOS sia dalle sue piattaforme pubblicitarie come AdMob e Ad Manager quando sono utilizzate da editori terzi per erogare pubblicità su device Apple.

Nei giorni scorsi, Google ha postato sul suo AdMob Help Center una serie di informazioni sui passi necessari per gli sviluppatori di app per rendersi conformi alle novità di iOS 14. Sostanzialmente, Google utilizzerà l’API di Apple per la gestione del consenso alla raccolta dell’IDFA – chiamata “framework per la trasparenza” – , per continuare a raccogliere e utilizzare il codice identificativo una volta ottenuto il consenso dell’utente.

Nella pagina di supporto, Google indica agli sviluppatori di app di installare l’ultima versione dell’SDK Google Mobile Ads per iOS disponibile su AdMob e Ad Manager, da cui poi potranno attivare il framework di Apple e gestirlo tramite Funding Choices, la CMP di Google. Sia l’aggiornamento dell’SDK che l’attivazione del framework Apple saranno obbligatori per continuare ad utilizzare gli strumenti pubblicitari di Google per l’erogazione di pubblicità personalizzata su iOS 14.

Un atteggiamento abbastanza cauto, se non accondiscendente, quello di Google nei confronti della novità di Apple, ben diverso da quello di Facebook. Secondo un’analisi del sito AdExchanger, il diverso comportamento dei due colossi sarebbe da attribuire al fatto che Google possiede un suo sistema operativo, Android, e andare apertamente contro la decisione pro-privacy della mela morsicata sarebbe apparso quantomeno azzardato. Anche su Android c’è un equivalente dell’IDFA, che si chiama GAID (Google advertising ID) e che viene utilizzato anch’esso a fini di targeting e misurazione sul sistema operativo.

La questione IDFA solleva peraltro domande sul futuro di questo GAID. La mossa di Apple di richiedere il consenso degli utenti alla raccolta del codice identificativo potrebbe indurre Google a fare altrettanto, sulla spinta di una maggiore attenzione alla privacy (tema peraltro su cui negli ultimi tempi sia l’industry che l’opinione pubblica si sono mostrati particolarmente attenti). Ma d’altro canto, la decisione di Google di continuare a utilizzare l’IDFA – a differenza di quanto fatto da Facebook – potrebbe suggerire l’interesse a voler continuare a puntare su strumenti di questo tipo per targeting e misurazioni della pubblicità, la cui efficacia è tanto maggiore quanto minori sono i limiti e “paletti” imposti ad essi.

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