Brave, il nuovo browser che blocca la pubblicità. Firma Brendan Eich, tra i fondatori di Mozilla

Il sistema sostituisce gli annunci con altri meno fastidiosi, sfruttando le tecnologie del programmatic. Agli editori andà direttamente il 55% degli introiti pubblicitari

di Caterina Varpi
22 gennaio 2016
brave-browser

Uno degli argomenti più sentiti e importanti in questo momento per il settore della pubblicità digital è quello della diffusione degli ad blcking da parte degli utenti, che mal sopportano le forme di pubblicità più invasive.

Un problema per gli editori: per loro il danno è arrivato a 21,8 miliardi di euro per il 2015, per salire, secondo le stime, a 41,4 nel 2016. Questi i dati riportati da uno studio di Adobe e PageFair, che rivela che ad usare i sistemi di blocco dell’adv nel mondo sono 198 milioni di persone (leggi l’articolo dedicato). Per quanto riguarda l’Italia, secondo GroupM, le persone che dichiarano di avere installato un ad blocking, a novembre 2015, su qualsiasi dispositivo raggiungono l’entità di 6,9 milioni, pari al 27% della popolazione italiana adulta online.

Se, per risolvere il problema, organismi come IAB Us, stanno studiando diverse soluzioni, le aziende attive nel settore stanno cercando di siglare partnership per garantire agli editori l’erogazione delle campagne. E’ il caso, ad esempio, di Teads, che ha anche lanciato la campagna di sensibilizzazione Advertising Matters.

Una soluzione rivoluzionaria potrebbe arrivare da Brave, la start up fondata da Brendan Eich, padre del JavaScript e uno dei fondatori di Mozilla.

Come spiega Business Insider, la nuova realtà ha ideato il browser omonimo Brave che blocca di default ogni tipologia di annuncio per poi sostituirli con altri, meno fastidiosi, sfruttando le tecnologie del programmatic.

La nuova interfaccia di navigazione va incontro alle esigenze degli utenti, che preserveranno la propria privacy, visto che non saranno erogati ad che utilizzano sistemi di tracciamento, e potranno navigare senza essere rallentati dai banner più invadenti, con una velocità 40% superiore su desktop e fino a quattro volte più veloce su mobile.

Agli editori andà direttamente il 55% degli introiti pubblicitari, il 15% andrà a Brave e il 15% al partner che ha fornito l’annuncio. Infine, un 10-15% potrebbe arrivare agli utenti sotto forma di credito da utilizzare per pagare i siti preferiti, su cui vedrebbero scomparire gli annunci.
Brave, che si basa su Chromium, il software open-source che sta dietro Chrome di Google, e sarà esso stesso open-source, dovrebbe essere lanciato a fine 2016 e sarà disponibile sulle piattaforme principali, Windows e OS X per desktop, Android e iOS su mobile.

La start up ha raggiunto finora i 2,5 milioni di dollari di investimento ma si punta si punta a raggiungere di più.

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