Ad blocker nei browser. Tomei, SpeeD – Gruppo Monrif: «Possibili conseguenze pesanti sui ricavi degli editori»

Secondo il Direttore Business Unit Digital della concessionaria, decisioni così importanti prese unilateralmente non tengono conto dell’importanza di publisher e strutture di vendita nel mercato di internet

di Alessandra La Rosa
29 giugno 2017
SpeeD_Fabrizio-Tomei
Fabrizio Tomei

Google ha annunciato che l’anno prossimo integrerà un ad blocker sul suo browser Chrome.

Non sarà l’unico. Anche Apple infatti ha intenzione a breve di inserire un ad tracker blocker all’interno di Safari, insieme a un’opzione capace di mettere automaticamente in pausa i video in autoplay.

Due big di internet si schierano contro la pubblicità fastidiosa. Che conseguenze ci saranno per il mercato adv? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Tomei, Direttore Business Unit Digital SpeeD – Gruppo Monrif.

L’integrazione di ad blocker in browser molto utilizzati dagli utenti che tipo di impatto potrà avere sul mercato pubblicitario?

«In linea generale credo che decisioni così importanti prese unilateralmente non tengano conto dell’importanza che gli editori e le concessionarie hanno nel mercato di internet inteso sia come valore economico sia come fonte di informazione o entertainment. D’altra parte i browser esistono per far navigare gli utenti su siti che, nella maggior parte dei casi, si sostengono con l’adv. Ancora di più queste iniziative meritano di essere approfondite quando a intraprenderle è chi gestisce un browser e nello stesso tempo è attore  del mercato pubblicitario online. Gli effetti futuri non sono quantificabili quando questo tipo di decisioni vengono prese unilateralmente senza consultare gli editori dei siti di cui gli utenti, che si vorrebbero tutelare, sono i fruitori. Bisogna tenere presente che quello che oggi viene considerato lecito, in termini di formati adv, un domani potrebbe non essere più considerato tale da qualcuno che non è direttamente coinvolto nella produzione del contenuto editoriale. Potenzialmente quindi si potrebbe arrivare ad incidere pesantemente sui ricavi degli editori sulla base di regole e valutazioni terze».

Gli inserzionisti vogliono che i loro annunci siano ben visibili, ma questo, a lungo andare, può andare a discapito dell’esperienza di navigazione degli utenti. E’ possibile bilanciare viewability e non invasività? E se sì, come?

«Certo che è possibile. Tenga conto che, quantomeno in seno ai siti editoriali di una certa rilevanza, l’attenzione alla user experience degli utenti è sempre altissima e gli stessi utenti sanno bene che possono fruire di un certo tipo di contenuti di qualità anche grazie all’apporto della pubblicità. In TV il tema dell’invasività degli spot è stato risolto, ma nello stesso tempo l’utente si è abituato a fruire di un mezzo tendenzialmente free dedicando qualche minuto alla visione di spot pubblicitari. Sul web il dibattito è aperto da sempre ed ogni giorno si fanno passi avanti nella tutela della navigazione degli utenti. D’altra parte, a mio avviso, ci deve essere una sorta di patto tra chi pubblica contenuti di qualità che richiedono investimenti notevoli e chi ne usufruisce ad oggi in modalità free grazie anche all’erogazione di formati adv. A mio personalissimo avviso, anche una interruzione di 10 o 15 secondi della navigazione di un utente può essere vissuta bene quando quest’ultimo ha la consapevolezza di godere di un servizio verificato e di qualità all’interno di un ecosistema, quello di internet, che nella sua vastità ingloba anche contenuti di scarsa affidabilità».

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