Ad blocker nei browser. Ceratti, Quantum Native Solutions: «E’ ora che la pubblicità rimetta al centro l’utente»

Secondo il capo della società specializzata in pubblicità contestuale, se l’integrazione dei filtri anti adv è da considerarsi un effetto, la causa è da ricercarsi nell’affollamento creato dai formati stessi

di Alessandra La Rosa
03 luglio 2017
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Alessandro Ceratti

Google ha annunciato che l’anno prossimo integrerà un ad blocker sul suo browser Chrome.

Non sarà l’unico. Anche Apple infatti ha intenzione a breve di inserire un ad tracker blocker all’interno di Safari, insieme a un’opzione capace di mettere automaticamente in pausa i video in autoplay.

Due big di internet si schierano contro la pubblicità fastidiosa. Quali saranno le conseguenze per il mercato adv? Alessandro Ceratti, Head of Quantum Native Solutions Italia, ci racconta il suo punto di vista nel contributo che segue.


Il problema non sono gli ad blocker, è ora che la pubblicità riposizioni l’utente al centro della proposizione.

E’ un errore utilizzare gli ad blocker come capro espiatorio. La realtà dei fatti è che i formati pubblicitari negli ultimi anni sono aumentati notevolmente di numero, ma diminuiti in qualità e per riuscire ad attirare l’attenzione dell’utente spesso sono risultati fastidiosi, portando così quest’ultimo a ricercare delle soluzioni per non essere bombardato di pop up e di video in autoplay.

I player del settore, concessionarie incluse, hanno la necessità di ripensare al concetto di “contenuto pubblicitario”. Se l’integrazione degli ad blocker è da considerarsi un effetto, la causa è da ricercarsi nell’affollamento creato dai formati stessi.

L’avvento degli ad blocker non nasce principalmente per bloccare la pubblicità in toto, ma per filtrare quella considerata “intrusiva”, proprio come il blocco che ha studiato Google per Chrome. La pubblicità è sicuramente una risorsa fondamentale per far sopravvivere gli editori e permettere il sostentamento delle professionalità che operano quotidianamente nelle redazioni, infatti gli utenti hanno sempre convissuto con essa pacificamente finché non si è andati a intaccare la loro esperienza di navigazione.

Seguendo questa linea di pensiero, gli utenti non sono contrari ai contenuti pubblicitari, per cui non si può parlare di un rischio effettivo per l’adv, è necessario piuttosto ripensare a come questi contenuti vengono diffusi al pubblico. La pubblicità digitale deve cambiare approccio e riposizionare l’utente al centro, perché è lui ad essere il tesoro più prezioso per editori ed advertiser, il vero asset nella value chain. La soluzione più efficace per rispondere a questa tendenza è studiare campagne che propongano formati non intrusivi e che rispettino completamente la user experience.

Il native in questo è un alleato fondamentale all’interno delle strategie di digital marketing perché il contenuto erogato è customizzabile ed integrato nel look&feel dell’editore, pertanto anche a livello visivo non disturba il lettore, e dunque risulta essere meno invasivo e più efficace.

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