Twitter blocca la pubblicità politica. Dorsey: «Vale la pena fare un passo indietro»

Dal 22 novembre, sulla piattaforma dei cinguettii non sarà più possibile fare pubblicità a politici o elezioni. Ecco perché, secondo il Ceo del social, è la scelta giusta

di Alessandra La Rosa
31 ottobre 2019
jack-dorsey-twitter

Dal 22 novembre, su Twitter, non sarà più possibile fare pubblicità a politici o elezioni. Il social dei cinguettii non ospiterà più alcun annuncio pubblicitario relativo al mondo politico sulla sua piattaforma in tutto il mondo. La decisione è stata annunciata dal Ceo della società Jack Dorsey con una serie di tweet mercoledì.

Alla base della decisione, dice il manager, ci sarebbe il conflitto di interessi che avviene quando i politici utilizzano annunci targettizzati per influenzare i voti: «Non si tratta di libertà d’espressione – twitta Dorsey -. Si tratta di un meccanismo che permette pagare per aumentare il numero di persone raggiunte delle dichiarazioni dei politici, con significative conseguenze che oggi la democrazia potrebbe non essere pronta a gestire. Vale la pena fare un passo indietro».

L’alternativa al problema poteva essere semplicemente bloccare gli annunci dei candidati, ma per il manager questa non era un’opzione fattibile, anche perché facilmente raggirabile. I candidati avrebbero infatti potuto spingere messaggi politici anche attraverso investimenti pubblicitari, influenzando comunque i sentimenti degli elettori: «Un messaggio politico si diffonde quando le persone decidono di seguire un account o di retwittarlo – spiega il manager -. Pagare per aumentare la diffusione rimuove questa decisione, che noi non riteniamo vada compromessa dal denaro. La pubblicità su Internet è molto potente ed efficace per gli inserzionisti, questo potere comporta rischi significativi per la politica, dove può essere utilizzato per influenzare i voti e influire sulla vita di milioni di persone».

Dunque, Twitter non permetterà più di spingere da un punto di vista pubblicitario i messaggi dei politici, né di targettizzarne l’indirizzamento ai potenziali elettori. Una decisione netta, dunque, che non si allinea al modus operandi di altre piattaforme già nell’occhio del ciclone per lo stesso motivo: la messa a disposizione di potenti canali di diffusione di idee che, nelle mani sbagliate, possono arrivare a produrre conseguenze negative su milioni di persone.

«Per noi non è credibile dire: ‘Stiamo lavorando duramente per fermare le persone che si prendono gioco dei nostri sistemi per diffondere notizie false, maaaa se qualcuno ci paga per targettizzare e forzare le persone a vedere i loro annunci politici… beh… possono dire quello che vogliono’», dichiara Dorsey, con un riferimento neanché troppo velato a Facebook, che proprio in questi giorni ha ribadito la sua intenzione di non effettuare controlli sui messaggi politici veicolati sulla sua piattaforma.

Proprio in occasione della comunicazione della trimestrale di Facebook mercoledì,  Zuckerberg ha dichiarato: «In questo periodo di tensioni sociali è spesso nata l’urgenza di limitare la libertà di espressione… Resistere a questa urgenza e difendere la libertà di espressione sarà la cosa migliore nel lungo periodo». Zuckerberg ha anche stimato che l’anno prossimo da annunci pubblicitari di politici arriverà nelle casse di Facebook meno dello 0,5% dei ricavi; una cifra approssimabile tra i 330 e i 400 milioni di dollari.

Twitter continuerà ad accettare annunci a supporto della registrazione dei votanti (pratica necessaria negli Stati Uniti per le procedure di voto) e comunicherà tutti i dettagli della nuova policy pubblicitaria il 15 novembre.

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