Facebook risponde all’inchiesta del New York Times: “Nessun messaggio letto senza permesso”

Il social network respinge le accuse, mosse dal quotidiano statunitense, di aver concesso alle aziende partner ampio accesso ai dati personali degli utenti

di Cosimo Vestito
20 dicembre 2018
facebook

È tempestiva la risposta di Facebook all’inchiesta pubblicata martedì dal New York Times, secondo cui il social network avrebbe concesso ampio e prolungato accesso ai dati degli utenti a una moltitudine di aziende.

Già il giorno stesso, in un articolo pubblicato sul blog della società, Konstantinos Papamiltiadis, Director of developer platforms and programs, aveva difeso gli accordi stipulati, affermando che Facebook aveva agito al fine di permettere agli iscritti di interagire con i propri amici attraverso dispositivi e piattaforme molto utilizzate.

“Nessuna di queste collaborazioni o funzioni ha dato alle aziende accesso a informazioni senza il permesso delle persone”, ha scritto Papamiltiadis, sostenendo che molti partner non aveva bisogno del consenso prima di ottenere i dati degli utenti in quanto operavano come estensioni di Facebook. Tuttavia, il social network ha ammesso di aver compiuto degli sbagli nella gestione di alcuni accordi: “Riconosciamo di avere il bisogno di un controllo più rigido sulle modalità in cui partner e sviluppatori hanno accesso alle informazioni”, ha aggiunto il Director.

Ma nella giornata di ieri, con una nota firmata questa volta da Ime Archibong, VP of Product Partnerships, Facebook è tornata a difendersi, in particolare respingendo l’accusa di aver rivelato i messaggi privati degli utenti senza che questi ultimi ne fossero a conoscenza.

La società ha precisato che l’integrazione tra le sue funzioni di messaggistica e i prodotti delle aziende permetteva alle persone di inviare messaggi ai loro amici di Facebook da piattaforme esterne, ma solo se eseguivano l’accesso su queste ultime tramite Facebook.

Gli utenti avevano la possibilità di mandare messaggi ai loro amici riguardanti ciò che ascoltavano su Spotify o guardavano su Netflix, di condividere cartelle su Dropbox o ottenere le ricevute dei trasferimenti monetari attraverso la app di Royal Bank of Canada. Tuttavia, il comunicato ha specificato che queste attività erano discusse pubblicamente e chiare per gli utenti, e che erano disponibili solamente quando gli utenti effettuavano l’accesso a questi servizi tramite Facebook. La società ha inoltre sottolineato che questi servizi erano sperimentali e che sono stati interrotti da circa tre anni.

“Nessuno stava leggendo o scrivendo messaggi privati senza permesso. Molti articoli insinuano che stavamo consegnando comunicazioni private ai partner, ma ciò non è esatto. Queste collaborazioni erano concordate attraverso ampie negoziazioni e documentazioni, che descrivevano nel dettaglio come le terze parti avrebbero usato la API e a quali dati potevano o non potevano accedere”, ha scritto Archibong.

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