Dall’era dei video all’era del suono. Spotify per i brand? La risposta è sì

Assistenti vocali, podcast, playlist in streaming, messaggi vocali e persino nelle Storie di Instagram: gli utenti cercano sempre contenuti audio. Stiamo entrando nell’era del suono

di Raffaele Liccardi, Social Media Manager di ZooCom
25 settembre 2019
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C’è un solo re nel mondo dei contenuti e si avvia in autoplay. Lo abbiamo letto su centinaia di articoli e verificato in altrettante statistiche: i video sono il contenuto più apprezzato e performante del web, soprattutto tra i più giovani.

Ma provate a pensare a un ragazzo di 19 anni seduto in metro o in coda al supermercato, cosa vedete nelle sue orecchie? Cuffie. La verità è che accanto al re, si è imposta una nuova regina: la musica.

Assistenti vocali, podcast, playlist in streaming, messaggi vocali e persino nelle Storie di Instagram: gli utenti cercano sempre contenuti audio. Stiamo entrando nell’era del suono.

E se tecnologie come Alexa, (il dispositivo vocale di Google), non hanno raggiunto ancora percentuali da far girare la testa ai direttori marketing delle grandi aziende, va considerato un dato che invece fa riflettere: 217 milioni di persone attive ogni giorno su Spotify.

L’ormai leader dello streaming musicale, con 100 milioni di clienti premium, si propone sul mercato del digital advertising con i suoi 117 milioni di utenti senza abbonamento che  si lasciano interrompere da annunci pubblicitari.

Con questi numeri, Spotify si sta inserendo a pieno titolo nella lista dei social network più utilizzati da Generazione Z e Millennials. Diventando di conseguenza uno spazio dove i brand possono interagire con gli utenti attraverso contenuti sponsorizzati e organici, come playlist, paid ads o podcast.

Come sfruttare le Playlist

In un universo dove i brand non sono più solo distributori di servizi o prodotti, ma anche di contenuti esperienziali, l’idea di creare playlist per i propri clienti risulta più che adeguata alla trasformazione che da anni i marchi stanno vivendo.

E, proprio come succede sui socal network, anche su Spotify è possibile creare un account aziendale e condividere i propri contenuti (musica o podcast) con gli utenti. Alcuni brand organizzano le loro canzoni in base a temi specifici, che si tratti di uno stato d’animo o di un argomento di tendenza. Treccani, ad esempio, ha creato “Le parole delle canzoni”, una playlist con testi e brani di artisti italiani: ad oggi conta 4.932 followers.

O come Gymshark, marchio di abbigliamento sportivo, che ha deciso di collaborare con noti influencer per creare playlist ispirate ai loro gusti musicali durante l’allenamento.

Un’altra soluzione è quella di creare playlist collaborative a cui tutti gli utenti possono aggiungere brani, lasciando così ancora più spazio al rapporto tra brand e clienti.

Come funzionano le Paid Ads

L’Adv su Spotify è utile anche se esiste il pacchetto premium? La risposta è si. E ce lo dicono i 100 milioni di utenti che tra una canzone e l’altra sono regolarmente esposti ad annunci pubblicitari. E allora perché non approfittare della reach di questa piattaforma?

Parliamo sempre di un target molto giovane e costantemente connesso. Secondo i numeri di Spotify, il 75% degli ascoltatori di audio digitale pensa che la pubblicità vada benissimo su un servizio di streaming gratuito. Il 47% ha anche affermato che gli annunci sono ancora meno invadenti su un servizio come Spotify, piuttosto che sulla radio tradizionale.

Proprio come succede spesso con la radio, gli annunci Spotify sono disponibili in formati da 15’’ o 30’’. Ma a differenza dello storico media, ciò che rende davvero preformante le pubblicità audio su Spotify è la possibilità di raggiungere un pubblico specifico, utilizzando i dati raccolti da Spotify, e di restringere un pubblico in base all’età, al sesso, al genere musicale o a una playlist specifica.

Ma Spotify non è solo suono: la sponsorizzazione è prevista anche per i banner, che vengono mostrati agli utenti per 30 secondi o fino a quando l’utente non interagisce.

In generale gli annunci banner si mostrano nella parte superiore del browser di Spotify quando un utente inizia la sessione. E poi durante l’ascolta l’annuncio display si sposta nella parte inferiore della pagina.

Gli annunci display sono di tre tipi:

  • Homepage Takeover: è cliccabile e dispone della misurazione della reach media. La home di Spotify si trasforma per un brand in concreto, ossia la grafica cambia nel tempo.
  • Megabanner: inizialmente occupa una parte dello schermo e termina nella parte inferiore.
  • Overlay: rimane a schermo intero per 30 secondi o finché l’utente non interagisce, chiudendo l’annuncio o cliccando sull’app di Spotify.

Spotify sostiene che la combinazione dei tre formati di annunci permette di aumentare i risultati di campagna fino al 24%.

La novità è Spotify Ad Studio

La direzione verso cui la piattaforma sta andando è sempre più chiara: annunci più precisi e personalizzabili. Come dimostra il lancio di Spotify Ad Studio, la nuova piattaforma di annunci audio self-service che ha debuttato negli Stati Uniti e nel Regno Unito lo scorso settembre.

Non appena sarà disponibile anche in Italia, per generare un annuncio in automatico basterà accedere alla piattaforma, caricare lo script e scegliere la musica di sottofondo.

ad studio

Leland Dieno, responsabile marketing della Kwantlen Polytechnic University,  partner del servizio di streaming in Canada, ha detto: “Sappiamo che il nostro pubblico di riferimento è su Spotify, quindi è davvero un gioco da ragazzi integrare Ad Studio nella nostra digital strategy. Ci consente di raggiungere il nostro pubblico in modo iper-targettizzato e direttamente nelle loro orecchie”.

Un ultimo caso di successo: Chuze Fitness

Chuze Fitness è una catena di palestre che offre servizi di alto livello a basso prezzo e sta rapidamente crescendo. Uno dei maggiori problemi che stavano affrontando era la scarsa considerazione del marchio per le loro nuove sedi.

Per ovviare a questo problema hanno deciso di utilizzare Spotify per attirare l’attenzione degli utenti, d’altronde sono moltissime le persone che ascoltano musica durante i propri allenamenti.

Una volta individuato Spotify come media perfetto per comunicare con il proprio target, Chuze Fitness ha targettizzato gli annunci nelle città dove fossero presenti le nuove palestre incrociando la gelocalizzazione con gli utenti che ascoltassero playlist “Fitness.

In questo modo Chuze Fitness è riuscita a far recapitare i propri messaggi solo ed esclusivamente al target veramente interessato al proprio brand. La campagna ha avuto successo dimostrato dall’aumento di interesse per il marchio verificato nel tempo su Google Trends.

In conclusione

Spotify è a tutti gli effetti da considerare quando si pensa ad una strategia di brand per raggiungere gli utenti, e nello specifico la generazione z che fa della musica una delle sue passioni principali.

Con l’introduzione di Spotify Ad studio, la possibilità aperta a tutti di creare inserzioni e di poter intercettare il target in base a interessi, età e gelocalizzazione si apriranno scenari ancora più interessanti per i brand che potranno raggiungere il proprio target con messaggi mirati e specifici.

Mettetevi comodi, ne sentiremo delle belle.

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