Influencer marketing, investimenti dei brand in crescita del 45%

Dal Report 2019 dell’Osservatorio Italiano sull’Influencer Marketing di IED Milano e Akqa emerge che il 60% delle aziende investe nel fenomeno e si dichiara soddisfatto nel 67% dei casi

di Caterina Varpi
04 novembre 2019
Influencer-antitrust

Il 60% dei brand investe nell’influencer marketing e si dichiara soddisfatto nel 67% dei casi. Diventano centrali nella scelta degli influencer l’affinità con l’azienda e il suo target, ma soprattutto si richiedono contenuti creativi e di valore. Sono questi alcuni dei risultati dell’Osservatorio Italiano sull’Influencer Marketing, attivato lo scorso anno da IED Milano e Akqa.

Investimenti in crescita nel settore dell’influencer marketing

Il report mette in evidenza di come il mercato stia maturando, tanto da raccogliere investimenti in crescita del 45% e un’alta soddisfazione da parte dei marchi per il 67% dei rispondenti, che realizzano da due a più campagne l’anno, dimostrando l’orientamento a un utilizzo sempre più integrato nelle strategie di marketing.

L’investimento medio dichiarato dai brand intervistati è stato di 45 mila euro per le PMI, 89 mila euro per le grandi imprese e 11.200 per le start up. Chi investe di più lo fa in attività continuative contro le attività “one shot” che però salgono del 16% rispetto al 2018: l’incremento di campagne a sé stanti manifesta la volontà delle aziende di iniziare a sperimentare, testando l’influencer marketing, anche se con una media di budget più bassa (43k).

Un mercato sempre più maturo

Dal report emerge il forte segnale che il mercato è diventato sempre più consapevole e maturo grazie all’evoluzione dei criteri di scelta degli influencer: solo il 7% degli intervistati oggi guarda all’engagement rate e il 12% ritiene che sia ancora importante il numero di follower. Al contrario, i brand vogliono invece affinità ai loro valori (37%) e richiedono maggiore aderenza al target (30%), che diventano quindi gli elementi fondamentali nella scelta.

“Dopo la fondazione del primo Osservatorio in Italia, condivisa nell’ottobre dello scorso anno, abbiamo assistito al proliferare di osservatori sul tema dell’Influencer Marketing, a riconferma che la tematica ha suscitato grande interesse – commenta Elena Sacco, Direttore della Scuola di Comunicazione IED Milano. – La ricerca di quest’anno, molto approfondita soprattutto sulle tematiche di budget e legal, ha confermato la percezione di un mercato che si è evoluto verso l’utilizzo strategico dello strumento. I nuovi obiettivi sono la protezione dei valori del brand e la concretezza da un lato e poi la creatività e consistenza dall’altro. Questo è sicuramente il segnale di come, finalmente, la professionalità e il contenuto reale sono tornati a essere riconosciuti come la chiave del successo anche dell’influencer marketing”.

Cresce l’importanza della creatività

Cresce la percezione del valore della creatività nelle attivazioni di campagne di influencer marketing da parte delle aziende: il 60% lo dichiara estremamente importante, fattore che fino all’anno scorso era considerato in coda alle priorità. È sintomo di una richiesta da parte di brand, influencer e utenti di fruire di contenuti che li rispecchino maggiormente e che siano creativi e coinvolgenti in un mercato ormai molto competitivo. Gli obiettivi principali delle attività restano l’awareness (75%) e la vendita di prodotti (48%), ma emerge anche il tema del miglioramento della reputation (52%) e l’education sul prodotto (39%).

“I dati ci mostrano un fenomeno in evoluzione in cui, progressivamente, assistiamo a un ribilanciamento delle forze in gioco. Il brand acquisisce una consapevolezza nuova delle potenzialità di questa leva di marketing, comincia a inquadrarla nel proprio sistema di relazioni con il mercato e a ricollocare il coinvolgimento dell’influencer in una logica di valore – commenta Antonella Sannella, Strategic Marketing Director & Business Partner di Akqa Italia. – Si tratta di un passaggio importante in cui un fenomeno di moda, al quale occorreva in qualche modo aderire per sentirsi contemporanei, lascia il posto a un processo che promette di strutturarsi sempre più, le cui redini tornano nelle mani delle aziende. L’attenzione si sposta, quindi, sulla capacità concreta dell’influencer di costruire dei legami e dei valori all’interno della sua community, concentrandosi finalmente sulla qualità del contenuto valorizzato anche delle più recenti evoluzioni introdotte dalle principali piattaforme social”.

A questo proposito, emergono lacune conoscitive rispetto alle opportunità messe a disposizione dalle piattaforme social per accogliere e valorizzare il fenomeno dell’influencer marketing: solo il 24% di chi conosce i nuovi format è in grado di fare degli esempi concreti, e comunque in modo abbastanza approssimativo.

Autenticità e trasparenza

Se la soddisfazione resta alta per la maggioranza del campione, il 33% di insoddisfatti motiva questa scelta con indicatori legati alla performance (29%), alla mancanza di affinità con il brand (15%) o caratteristiche degli influencer riferite alla loro professionalità e autenticità (18%). Torna il tema dell’autenticità, anche quando un’azienda su dieci dichiara di essere stata vittima di frodi da parte degli influencer, con utilizzo di bot come causa principale. Meno del 50% però si tutela da queste dinamiche, dove la misura più utilizzata è quella di una clausola contrattuale con rescissione dell’accordo (34%).

Sulla trasparenza del mercato, è la metà delle aziende a ritenere che siano necessarie più regolamentazioni per garantire trasparenza e professionalità, eppure si avvale del codice IAP il 55% dei brand, mentre solo il 14% ha un codice etico che fa sottoscrivere all’influencer prima della collaborazione.

L’Osservatorio di IED e Akqa, condotto tra agosto e ottobre 2019, ha riguardato più di 200 professionisti di comparti marketing e prodotto, digital PR e social media, oltre a top manager. Le aziende cui appartengono, operanti in diversi settori, sono attive sia a livello nazionale che internazionale, con una predominanza di PMI (51%) insieme ad alcune grandi imprese (39%), startup (7%) e organizzazioni non-profit (3%).

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