IAB Italia, la Digital Tax attuale è dannosa. Noseda: «Urgono emendamenti»

Il presidente dell’associazione, Carlo Noseda, chiede che l’imposta del 3% colpisca solo quelle aziende che fatturano più di 750 milioni euro di ricavi derivanti da servizi digitali a livello mondiale

di Andrea Salvadori
08 novembre 2019
Noseda_IAB
Carlo Noseda

A pochi giorni dal 16 novembre, ultima data disponibile per la presentazione al Parlamento di emendamenti al testo del disegno di legge sulla Digital Tax, IAB lancia nuovamente il suo grido d’allarme.

“Così concepita – dichiara Carlo Noseda, presidente dell’associazione che raggruppa oltre 170 aziende della pubblicità digitale – rischia di colpire moltissime realtà italiane che non dovrebbero ricadere nell’ambito di applicazione della digital tax”.

La Digital Tax, inserita nella Legge di Bilancio in discussione in queste settimana al Parlamento, è un’imposta del 3% sui servizi digitali per le imprese che vendono online, forniscono pubblicità e trasmissione di dati. Il prelievo si applica alle aziende con ricavi “ovunque realizzati” non inferiori a 750 milioni euro e ricavi derivanti da servizi digitali, realizzati nel territorio dello Stato, non inferiori a 5,5 milioni. Il gettito stimato per le casse dello stato era stato fissato a a 150 milioni per il primo anno, per poi stabilizzarsi nell’ordine dei 600 milioni.

IAB ai appella dunque al Governo perché il provvedimento colpisca quelle aziende che fatturano 750 milioni di ricavi solo digitali nel mondo, “così come è previsto dall’analoga legge francese, ispirata alla proposta di Direttiva della Commissione UE. Oltralpe l’imposta del 3% è applicata a quelle aziende che fatturano con il digitale oltre 750 milioni di ricavi a livello mondiale e 25 milioni all’interno dei confini nazionali. Un tale discostamento dal modello francese ed europeo rappresenterebbe una grave minaccia per la competitività del settore digital nel nostro paese, rendendo la web tax italiana inidonea a raggiungere gli obiettivi di equità fiscale che si prefigge. Bisogna tassare chi le tasse non le paga, non chi è gravato da un total tax rate di circa 60 punti. Deve essere una misura chirurgica che punta all’asimmetria fiscale. Se non corretta, questa digital tax all’italiana sarebbe beffarda oltre che dannosa”.

Così come è scritta oggi, la tassa non colpirebbe infatti solo i colossi statunitensi del digitale, ovvero Google, Amazon e Facebook, ma anche tante imprese italiane e non operative nelle vendite online, nella pubblicità, nell’editoria, nel mercato dei dati e delle piattaforme digitali.

IAB dunque chiede che la norma non rappresenti uno svantaggio per le imprese digitali italiane, affinché non vada ad aggiungersi alla tassazione ordinaria, penalizzando ulteriormente le imprese locali nei confronti dei competitor esteri la cui sede legale è spesso in paesi caratterizzati da un trattamento fiscale vantaggioso. La web tax, è il ragionamento dell’associazione, era stata infatti originariamente pensata per imporre una tassazione ai giganti del web, come appunto Google, Facebook, Amazon, che operano nel nostro Paese producendo reddito ma senza pagare una congrua tassazione.

“Il mercato del digitale vale oltre 65 miliardi di euro e impiega oltre 280mila professionisti a tempo pieno”, dice ancora Noseda. “Il web nel 2018 è stato il secondo mezzo in Italia per raccolta pubblicitaria, superando di gran lunga gli altri media tradizionali. Ma è un mercato che necessita più che mai di essere normato, onde evitare che rimanga fagocitato dai colossi della rete, che detengono oltre il 75% di quota, lasciando alle aziende che pagano regolarmente le tasse davvero poco ossigeno. Le sole Google e Facebook si stima che l’anno scorso abbiano raccolto in Italia oltre 2 miliardi di euro con un organico che non supera le 250 risorse. Ricordiamo che se non viene implementata subito la Digital Tax, operativamente dal 2020, il nostro Paese subirà un danno di 750 milioni di euro di buco di bilancio”.

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