Google supera le stime nel Q4 2018. Ma i costi aumentano e il titolo cede in Borsa

I ricavi pubblicitari hanno registrato una crescita del 20% raggiungendo quota 32,6 miliardi di dollari. Insieme ad essi, però, sono aumentate anche le spese

di Alessandra La Rosa
05 febbraio 2019
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Google non delude le aspettative del mercato, nemmeno nel quarto trimestre 2018.

Alphabet, società cui fa capo Big G, ha messo a segno negli ultimi tre mesi dell’anno 39,3 miliardi di dollari di ricavi, in aumento del 22% sullo stesso periodo del 2017, e 8,95 miliardi di utili (12,77 dollari di utili per azione). Per l’intero esercizio 2018, la compagnia ha registrato un giro d’affari di 136,82 miliardi di dollari, contro i 110 dell’anno precedente.

Di questa cifra, oltre i quattro quinti arrivano dalla pubblicità su Google: questa ha registrato nel quarto trimestre un aumento del 20% raggiungendo quota 32,6 miliardi. Un bacino di ricavi in continuo aumento quello dell’advertising, che per la maggior parte è composto dagli annunci sui media cosiddetti “owned and operated” da Google, come il motore di ricerca, Google Maps e YouTube: qui la raccolta adv nel trimestre ha raggiunto quota 27 miliardi di dollari, contro i 22,2 miliardi del Q4 2017. Una fetta più piccola, ma comunque cospicua, deriva dagli annunci sui cosiddetti “network members” di Google, come le app e i siti del suo ad network e le società che utilizzano in licenza il suo motore di ricerca: in questo caso si è passati dai 5 ai 5,6 miliardi di dollari. Altro dato relativo al business pubblicitario, il numero dei click pagati, aumentato del 66% anno su anno, mentre le impression su siti esterni sono aumentate del 7%.

Dati sicuramente degni di nota. Ma nel bilancio di Alphabet non è tutto rose e fiori.

La nota dolente: i costi

Insieme ai ricavi pubblicitari c’è anche qualcos’altro in netto aumento: i costi, cresciuti del 26% a 31 miliardi. Un trend che non sorprende troppo, visto il graduale passaggio della società da un business prettamente digitale a settori sensibilmente più costosi, come il cloud computing e le macchine che si guidano da sole, afferenti alla divisione “Other Bets” di Alphabet su cui non a caso le perdite sono ancora molto significative.

Non è però solo questione di “altre scommesse”. Ad attirare risorse sono anche i recenti investimenti di Google nei servizi tv in streaming. In occasione della call con gli investitori, la CFO di Alphabet Ruth Porat ha dichiarato che i principali driver dei costi sono stati due. Innanzitutto la quota di ricavi OTT assorbita dai distributori: secondo quanto riporta AdExchanger, Amazon ad esempio chiedeva, per la presenza dell’app YouTube TV su Amazon Fire TV, una quota del 30% di tutte le inventory pubblicitarie disponibili, motivo che ha recentemente spinto Google ad uscire dalla piattaforma. Secondo ma non per importanza l’aumento dei costi di acquisizione dei contenuti, che altrove, ad esempio, hanno portato servizi a pagamento come Netflix ad aumentare i prezzi degli abbonamenti.

A tutto questo, poi, si aggiungono i costi di acquisizione del traffico, ormai da tempo spina nel fianco di Google. La voce, che rappresenta le fee pagate da Google alle società che contribuiscono alla diffusione del suo motore di ricerca (come sviluppatori di app, operatori mobile o retailer), è aumentata da 6,5 miliardi a fine 2017 a 7,4 miliardi al termine del 2018. E con ogni probabilità continuerà a crescere nel prossimo futuro, con il progressivo approdo del pubblico su mobile e smart speaker, e la necessità per Big G di pagare anche chi fabbrica i device o fornisce i software che li animano.

Proprio questo aumento dei costi, e l’incertezza sul loro trend futuro, hanno avuto conseguenze sul titolo della società in Borsa, che nel dopo mercato è arrivato a cedere fino al 3%.

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