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28/05/2021
di Lorenzo Mosciatti

Amnesty International celebra 60 anni di lotta per i diritti umani con una campagna di brand

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Il 28 maggio 1961 l’avvocato inglese Peter Benenson diede avvio alla prima campagna di Amnesty International, “Appello per l’amnistia”. Lo scopo era di liberare i cosiddetti “prigionieri di coscienza”, persone incarcerate solo per aver espresso le loro opinioni, esercitato il loro credo religioso, aver promosso i propri diritti. Si trattava di un gruppo di studenti arrestati in Portogallo, sotto la dittatura di Salazar, per aver brindato alla libertà. Oggi, dopo 60 anni, Amnesty International continua a chiedere la scarcerazione dei “prigionieri di coscienza”, come lo studente egiziano dell’Università di Bologna Patrick Zaki. Dal 1961 ad oggi, sono oltre 50.000 i “prigionieri di coscienza” che Amnesty International ha contribuito a liberare.

Sessant’anni fa Benenson diede vita ad un vero e proprio “social network” con l’obiettivo di trasformare la frustrazione individuale in un’espressione d’indignazione globale: i diritti non sono negoziabili e non possono essere subordinati a stati di necessità, a convenienze politiche e ad altre eccezioni. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Amnesty International diede avvio a due campagne permanenti, per l’abolizione della tortura e della pena di morte. 

Negli ultimi due decenni dello scorso secolo Amnesty International ha continuato ad ampliare il proprio “mandato” in tre direzioni: inizialmente, includendo nella definizione di “prigionieri di coscienza” la persecuzione per motivi etnici o di orientamento sessuale, poi lottando anche per i diritti delle donne e dei rifugiati e per l’affermazione dei diritti sociali ed economici. Fu negli anni Novanta, iniziati con l’invasione del Kuwait e terminati con la guerra per il Kosovo, che Amnesty International iniziò a chiedere anche il rispetto delle leggi di guerra. Accanto al diritto internazionale dei diritti umani, la nuova bussola dell’associazione si orientò sul diritto internazionale umanitario.

A segnare un punto cruciale nella storia di Amnesty International fu il 2001, anno dell’attentato alle Torri Gemelle a New York e del G8 di Genova. Nel primo caso, in nome della “guerra al terrore” per combattere il terrorismo globale, sembrò che tutto potesse diventare lecito, a partire dal terrore di stato fino alla necessità di legittimazione della tortura. Il compito di Amnesty International e di molti altri attori della società civile, da allora, è stato quello di ribadire che la sicurezza e la stabilità autentiche si ottengono aumentando, e non sottraendo diritti.

Pochi mesi prima dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, a luglio 2001 in occasione del G8 di Genova, si erano contati un manifestante ucciso, quasi un centinaio di feriti in strada o a seguito del pestaggio alla scuola Diaz e oltre duecento persone trattenute per giorni nella caserma di Bolzaneto, senza contatti col mondo esterno e sottoposte a torture. Amnesty International iniziò a chiedere alle autorità italiane assunzione di responsabilità, accertamento della verità, giustizia e leggi adeguate, tra le quali l’introduzione del reato di tortura e la previsione di codici alfanumerici identificativi per le forze di polizia. 

Dalla ratifica italiana della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, pubblicata nella Gazzetta ufficiale all’inizio del 1989, ci sono voluti quasi 28 anni perché, nel luglio 2017, la legge venisse finalmente introdotta. Manca ancora l’approvazione di una legge sui codici identificativi per le forze di polizia in servizio di ordine pubblico, per la quale, a 20 anni dai fatti di Genova Amnesty International Italia torna a lottare, rilanciandone la campagna. Dopo 60 anni di attività e un premio Nobel per la pace ricevuto nel 1961, l’impegno di Amnesty International non si ferma, grazie all’impegno di 12 milioni di sostenitori, soci e attivisti presenti in buona parte degli stati del mondo.

Per celebrare i 60 anni di attività dell’associazione, Amnesty International Italia ha inaugurato una nuova campagna pubblicitaria di brand, con l’obiettivo di avvicinarsi sempre di più alle persone e creare un punto di contatto tangibile tra attivisti, beneficiari, donatori e firmatari.

La campagna ideata dall'agenzia Arkage è visibile sui canali social Facebook, Instagram e YouTube di Amnesty, è da oggi su Repubblica.it, ed è pianificata sugli impianti digiwall a Milano (in zona Navigli) e a Roma (i via dei Condotti).

Oltre a rilanciare la campagna per introdurre i codici identificatici per le forze di polizia, le celebrazioni del 60° anniversario di Amnesty International vedranno la pubblicazione dell’antologia “Sessant’anni dalla parte dei diritti umani” (Infinito Edizioni), con contributi originali di Alessio Forgione, Angela Caponnetto, Annalisa Camilli, Ascanio Celestini, Caterina Bonvicini, Domenico Starnone, Elena Stancanelli, Fabio Geda, Gian Antonio Stella, Giancarlo De Cataldo, Giuseppe Catozzella, Moni Ovadia, Paola Caridi, Pino Cacucci, Riccardo Noury, Roberto Saviano e l’introduzione di Gianni Rufini; l’uscita del volume “Finestre sull’Altrove” (Il Saggiatore), 60 tavole realizzate dall’artista Matteo Pericoli, ognuna accompagnata dal racconto di una persona rifugiata la cui finestra è narrata nell’immagine, con l’introduzione di Colum McCann (il volume fa parte di un progetto più ampio che prevede mostre e iniziative); la piantumazione di alberi nei giardini e in altri luoghi simbolici di decine di città, la realizzazione della mostra “60 volti per 60 anni” a cura dell’artista Gianluca Costantini, Infine, sulla piattaforma globale di apprendimento ai diritti umani Amnesty Academy,  sarà disponibile un nuovo corso educativo online su “Il diritto di protesta”, pensato per essere proposto a ragazze/i dai 16 anni in su, ma anche a universitarie/i e attivisti/e in genere che vogliano approfondire il tema. 

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