DigitalChina

di Riccardo Porta

Con una sua identità in rete dal 1994, è Digital Marketing strategist per MyBank. Per anni nel consiglio di amministrazione di Netcomm se non lo trovi connesso starà facendo certamente qualche sport estremo. Per noi parlerà di Cina e digitale

Te la do io la Cina

Da quando sono tornato dalla Cina me lo chiedo ogni mattina: che cosa ci faccio ancora qui? Mi sento come un surfista costretto a vivere sulle sponde di un lago.

In Italia, anche sul digitale, continuiamo a parlarci addosso. Poche infatti le imprese che hanno alzato il naso e colto l’opportunità dagli occhi a mandorla.  Non me la prendo troppo perché non siamo gli unici, in tutta Europa sono solo in 250.000 su 22 milioni di PMI che ne stanno approfittando.

In Cina l’utente medio acquista 4 volte di più che quello europeo. È un cliente esigente, già evoluto. L’e-comerce ha un CAGR (compounded annual growth rate) del 24.8%. Che vuol dire che il mercato sta crescendo  deciso e costante. A fine anno ci saranno 423 milioni di cinesi che compreranno online e per il 2015 si prevede che le transazioni sulla rete rappresenteranno  il 7.5% di tutto il retail.

E come si fa a vendere in Cina? Non certo facendo un normale sito in cinese. Quello che funziona qui, non esiste in Cina. Non ci sono Facebook, Youtube, Google, Ebay o Twitter. No. Là c’è Baidu, WeChat, QQ, Renren, YouKu, Taobao, Tmall, JD e chi più ne ha più ne metta.

 

 

I modelli di business possono essere molteplici ed è assolutamente necessaria la consulenza di qualcuno che possa tessere e indirizzare le giuste relazioni commerciali. Sì può fare business in Cina con il classico modello crossborder, ovvero spedendo, su richiesta, dal proprio Paese;  Il cinese però è esigente: in alcuni casi si aspetta il bene ordinato entro la giornata stessa o il giorno dopo. Massimo 5 giorni di attesa. Se spediamo dall’Italia possono passare diverse settimane ed è tutto da valutare.
E la Free Trade Zone di Shanghai? Come mai non se ne parla? E’ un modello di business rivoluzionario, il primo, che io sappia, esistente al mondo. Le merci possono entrare in Cina e pagano le tasse solo quando sono effettivamente vendute. La logica è chiara: invitare le aziende estere a entrare in questo mercato.
L’ho vista con i miei occhi, ho conosciuto la LGM World Group che, in accordo con il governo, ne sta curando gran parte dell’espansione e… è incredibile. Un’area immensa che diventerà uno dei poli di attrazione per tutti i brand, fiere, wholsaler, retailer e centri commerciali  (pensatela anche con una grande, immensa, Livigno). Quest’area aiuterà le aziende a ridurre i costi per entrare nel mercato cinese.

La posta in gioco è invitante. Come fate a resistere?

Lavoro da 7 anni in Become Italia  (che fa motori di comparazione ed è a contatto con le aziende che vendono online) e faccio parte del cda di Netcomm (associazione del commercio elettronico): ho l’enorme privilegio di vedere quasi dall’alto il nostro ecosistema digitale e vi assicuro che il nostro made in Italy, laggiù, ce lo chiedono a gran voce. Lo sto dicendo a tutti i miei clienti: fatevi avanti. Come al solito siamo in ritardo ma non è una novità, quindi… muoviamoci. Io non ho un brand di eccellenza tutto mio altrimenti sarei già là e non su questo blog.

Di mio ho appena iniziato un corso di cinese. Non ce la farò mai ma almeno se devo soccombere, saluterò l’invasore con un bel 你好! (Nǐ hǎo – Ciao)