Keep Searching

di Marco Loguercio

Marco Loguercio, pioniere del Search Marketing e fondatore dell'agenzia FIND, ha fatto la sua prima ricerca in un motore nel 1995. Non ha più smesso

Quattro passi nella Google House

Da diversi anni ormai, nell’immaginario di molti, Google ha smesso di essere un semplice motore di ricerca o, per gli addetti ai lavori, una piattaforma pubblicitaria; è diventato sinonimo di innovazione tecnologica, di ricerca e sviluppo, di obiettivi ambiziosi, spesso addirittura azzardati.

Per questo, quando qualche settimana fa mi è arrivata l’email “Google ti apre le porte della sua esclusiva Google House”, la fantasia ha iniziato a volare: ho iniziato a immaginare la casa del futuro completamente automatizzata dalle mille invenzioni frutto dei Google X Labs capitanati da Astro Teller, con i robot di Boston Dynamics a girare per casa come camerieri, i sensori di Nest a regolare la temperatura della casa in base al mio battito cardiaco e alla mia temperatura corporea, ologrammi a destra e a sinistra…

D’altronde, se non ti accende la fantasia un’azienda che manda in giro per la California macchine che si guidano da sole e che sta lavorando a materiali che potrebbero rivoluzionare il modo in cui si costruiscono gli edifici…

Poi, il giorno e l’ora stabiliti, varchi la soglia della Google House e ti rendi conto che l’obiettivo di Big G è di più breve periodo: non mostrarti come sarà la casa del domani, ma farti capire cosa puoi già fare oggi in una normale abitazione con quello che uno smartphone o un tablet Android (ma molte app girano anche su iOS) già ti mette a disposizione, con Chromecast a interfacciare il tutto con la televisione.

Il tutto ha senso: molti girano con gli smartphone ultimo modello che poi usano quasi esclusivamente per stare su Facebook, scattare selfies da condividere, chattare su whatsapp, controllare le email e le mappe… ah si, e anche telefonare.

Io stesso, che ho iniziato a usare smartphones da quando uscì il primo Handspring Treo (2002), mi sono reso conto che accelererei di molto svariate operazioni quotidiane ricorrendo ad esempio ai comandi vocali, che non utilizzo mai pur sapendo che esistono.

Nella “Google cucina”, ad esempio, ho imparato quanto sia immediato dettare al mio Android di settare un allarme per avvisarmi quando siano passati i 7 minuti di cottura degli spaghetti, invece di andare a cercare un timer. Certo, il primo test sul campo, la sera stessa a casa, non è stato felicissimo: l’alert non è scattato e solo per miracolo ho salvato la cottura della mia cena.

Oppure di quanto sia altrettanto facile dettare un “promemoria condizionale” (“ricordami di fare il bucato quando arrivo a casa”, col promemoria che scatta quando lo smartphone geolocalizza che sei rientrato a casa).

Fantascienza? No. Novità assoluta? No. I comandi vocali esistono da anni. Ma se non viene fatta “education”, se non mostri esempi concreti di quanto questi possano semplificarti la vita, la gente finisce col non usarli. D’altronde quanti di noi, quando acquistano uno smartphone, leggono il libretto d’istruzioni per scoprirne tutte le possibilità?

Certo, ci sono anche funzioni che non credo userò ancora per molto, perchè non sono ancora culturalmente predisposto. Una di queste è usare Google Translate per chiacchierare a voce con uno straniero nella sua lingua: non mi ci vedo a parlare a uno smartphone, aspettare che questo traduca vocalmente nella lingua desiderata (sperando non faccia strafalcioni), quindi passare lo smartphone al mio interlocutore, farlo parlare nella sua lingua, aspettare la traduzione… anche se, lo ammetto, mi sarebbe tornato utile quando fu il momento di parlare con colei che sarebbe poi diventata mia suocera (lei che parlava solo lo spagnolo, io che di spagnolo non conoscevo una parola) per chiederle la mano di sua figlia. Ma gli smartphone ancora non c’erano e Google sì, all’epoca, era solo un motore di ricerca.

Il cuore di tutte le funzioni presentate nella Google House rimane ovviamente la search: dalla ricerca (sempre vocale) di cosa cucinare e con quali ingredienti nella “Google cucina” alla ricerca di quali film vedere, musica sentire o rivista sfogliare nel “Google salotto”; dalle ricerche didattiche nella “Google cameretta bimbi” a quelle su come truccarsi e cosa indossare che caratterizzano i momenti nel “Google guardaroba”, con Hangouts come ancora di salvezza nel caso siamo indecisi: coinvolgiamo uno o più amici in videoconferenza per chiedere loro cosa potrei indossare (nella speranza che quelli non mi mandino sonoramente a quel paese perchè alle prese con cose ben più importanti da fare).

Insomma, la potenza di Google costantemente al tuo fianco per farti arrivare le informazioni che ti servono nel momento, nel posto e nel formato preciso in cui ti servono. E, con Google Now, magari addirittura prima.

Dopo un paio d’ore di intrattenimento ho lasciato la Google House portandomi dietro una strana sensazione. In quella casa mancava qualcosa.

Tempo due ore e, rientrato in ufficio, ricevo la newsletter Ad Age Digital con un articolo che riporta testualmente “Google says ads may soon come to refrigerators, thermostats, watches and glasses…”.

E tutto mi è stato più chiaro; ecco cosa mancava in quella casa: la pubblicità!

Ma onestamente per una volta, chiudendo un occhio sul fatto che sono a capo di un’agenzia che usa proprio Google come veicolo pubblicitario, non ne ho sentito proprio la mancanza 😉