Paolo Pascolo è Ceo di Imille, un’agenzia creativa digitale pioniera nei progetti con la realtà virtuale e la realtà aumentata

Perché girare un video 360 è tutta un’altra cosa

Way to spring

È ormai abbastanza evidente che rispetto ai video bidimensionali, i video 360 suscitino risposte emotive maggiori immergendo l’utente direttamente nella scena. Tuttavia le soluzioni narrative utilizzate per i video 360 sono ancora oggi molto grezze. Non si può infatti pensare di editare un filmato secondo le tecniche tradizionali.

Durante il Google I/O 2016 sono emerse riflessioni interessanti su questo tema. Anzitutto bisogna abbandonare quella sequenza lineare di frame utilizzata per creare qualsiasi video 2D. Grazie ad essa è stato finora possibile mostrare all’audience un alternarsi di inquadrature che costituiscono una singola scena e che rappresentano lo scheletro portante di qualsiasi narrazione cinematografica. Nel video 360 invece ogni inquadratura non è altro che una finestra relativa di esperienza (o frame potenziale) derivata dal campo visivo dell’utente. Si passa da una sequenza di frame a un susseguirsi di mondi diversi da vivere.

Da una parte quindi l’utente diventa il regista della singola scena-mondo, dall’altra i videomaker cercheranno di collegare i diversi mondi in modo tale da rendere l’esperienza il più fluida possibile. Utilizzare suoni, animazioni, indicatori visivi, sembra essere il modo più semplice per attirare l’attenzione dell’utente su un particolare dettaglio nel mondo in cui è immerso; a questo punto non resta che creare un match fra quel dettaglio e un altro simile o congruente nel mondo successivo. Si profila così un percorso fra un mondo e un altro, in cui noi prevediamo i possibili punti di giunzione e l’utente può o meno seguirli inconsapevolmente.

Ne consegue inevitabilmente un senso di gratificazione dato dalla scoperta, frutto illusorio del proprio essere regista, di esser stati in grado di cogliere quella particolarità. Questo è solo un punto di partenza a livello tecnico che deve poi supportare una storia in cui il protagonista può essere l’utente o un personaggio vicino a lui. Ecco quindi le considerazioni su cui ragionare: “Chi è l’utente e che ruolo assume”, “Come entra in relazione con il protagonista o i protagonisti?”, “È possibile usare il contatto visivo coi personaggi per convalidare la propria identità?”, “Il tipo di interazione dei personaggi con la camera 360 può tradursi in emozioni nell’utente?”.

Queste sono solo le prime di una serie di domande essenziali che ogni autore di video 360 dovrà porsi ancor prima di sviluppare uno script. I video 360 sono esperienze totalizzanti che hanno però il limite di risultare noiose se non sono capaci di stimolare continuamente chi indossa un headset. Essere al centro della scena è sicuramente eccitante ma ci deve essere sempre un motivo valido per trovarsi proprio lì. Coinvolgere le persone attraverso dei percorsi narrativi con sensibilità e intelligenza sarà la sfida più difficile per ottenere esperienze 360 di successo.