Web tax: cosa è cambiato dopo l’Ecofin di Tallin?

La proposta avanzata da Italia, Francia, Spagna e Germania è stata accettata da altri 6 Paesi, ma l’unanimità è lontana. Se ne riparlerà a fine mese al Digital Summit, e poi al nuovo vertice dei ministri delle Finanze a dicembre

di Alessandra La Rosa
19 settembre 2017
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La strada verso la realizzazione in Europa di una forma comune di tassazione sui giganti digitali, la cosiddetta “web tax”, è ancora lunga e tortuosa. Ma da Tallin, dove si è riunito il Consiglio Ecofin dei 28 ministri delle Finanze dell’UE, arrivano notizie incoraggianti.

L’orientamento maggioritario dei ministri è che si vada avanti in tempi rapidi sulla proposta di web tax avanzata da Francia, Germania, Italia e Spagna, che prevede che i giganti di Internet siano tassati sulla base del fatturato anzichè dei profitti. A sottoscrivere questa proposta attualmente sono 10 Paesi in tutto: ai quattro iniziali si sono infatti aggiunti Austria, Bulgaria, Grecia, Portogallo, Slovenia e Romania.

Molti, ma non tutti; e per un accordo a livello UE servirebbe l’unanimità dei 27 Paesi membri (il Regno Unito è in uscita), visto che l’Unione Europea non può imporre delle leggi fiscali ai singoli stati. Ad esprimere dissensi sulla proposta sono soprattutto quelle Nazioni, come Irlanda, Lussemburgo e Malta, che storicamente hanno offerto condizioni fiscali particolarmente vantaggiose alle multinazionali, e che a Tallin hanno preso tempo chiedendo di riparlare della questione solo in presenza di un accordo a livello mondiale.

Di fatto, la linea emersa al vertice estone è quella di procedere rapidamente verso una posizione comune per l’Ecofin di dicembre. Il che, come ha fatto sapere al termine del summit il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, significa che “la Commissione europea fornirà una comunicazione con diverse opzioni su come affrontare questa questione, prima del Digital Summit in cui si discuterà di nuovo allo scopo di consentire di arrivare a una qualche conclusione all’Ecofin di dicembre per stabilire una direzione”. Direzione a partire dalla quale la Commissione stessa elaborerà una proposta concreta “la prossima primavera”.

La strada verso una risoluzione definitiva è dunque ancora lunga, e molti hanno fatto notare come forse la soluzione migliore, in attesa di un’unanimità che potrebbe tardare ad arrivare (o non arrivare per niente), sarebbe quella per gli Stati membri di agire a livello individuale. Come ha fatto l’Italia, che in questo senso ha fatto scuola con l’approvazione in Parlamento della cosiddetta “web tax transitoria“, che offre nuove regole per accordi di tipo fiscale tra le big di Internet e il fisco italiano. Secondo la norma, in vigore dal 24 giugno scorso, le aziende digitali con un giro d’affari globale di un miliardo e un fatturato in Italia di almeno 50 milioni di euro potranno stringere accordi preventivi con l’Agenzia delle entrate (ne abbiamo parlato in questo articolo).

Secondo quanto è emerso da un report realizzato dai tecnici di Bruxelles alla vigilia dell’Ecofin, l’Unione Europea avrebbe perso 5,4 miliardi di euro nel periodo 2013-2016 in tasse non corrisposte da Google e Facebook, che in Europa hanno la loro sede fiscale in Irlanda. Secondo le attuali norme, le big company digitali americane devono pagare le tasse solo nei Paesi dove hanno una stabile organizzazione e la sede fiscale, indipendentemente da dove vengono generati i loro utili.

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