Inpgi e i comunicatori: le associazioni del settore chiedono chiarezza

Gli organismi che rappresentano il comparto, tra cui UNA, rinnovano l’appello alle istituzioni per essere ascoltati sul coinvolgimento della categoria nel salvataggio dell’istituto pensionistico dei giornalisti

di Caterina Varpi
10 dicembre 2019
giornalismo

Cida, Confassociazioni, Ferpi, Una, Ascai, Com&Tec e Iaa, ovvero le associazioni più rappresentative del mercato della comunicazione, sono impegnate da mesi a fare chiarezza sull’operazione “salva-Inpgi”, che prevede che i conti dell’Istituto di Previdenza dei Giornalisti “Giovanni Amendola” saranno messi in sicurezza con l’allargamento della platea contributiva ai comunicatori.

L’operazione, secondo le associazioni del settore, andrebbe in senso contrario a quanto previsto dalla legge in vigore, la numero 58 del 2019 che ipotizza il salvataggio dell’istituto in termini del tutto diversi e solo a valle di una serie di azioni di riforma, e in beffa a qualsiasi diritto degli stessi comunicatori, che non sono stati nemmeno ascoltati dalle istituzioni, benché la partita in gioco riguardi anche la loro occupazione e il loro futuro pensionistico.

L’operazione suscita molte perplessità, non solo per l’approccio, ma soprattutto per la sostenibilità, come ha ribadito anche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, intervenuto all’assemblea Cida che si è svolta il 4 dicembre a Roma: “Lascia molti dubbi e perplessità questa idea. Le critiche mosse rispondono alle mie stesse preoccupazioni. L’operazione di portare fuori dall’Inps questa categoria porrebbe due difficoltà: una iniziale che consiste nella definizione della categoria dei comunicatori, l’altra è quella finale della sostenibilità. A mio parere è molto rischioso e sarebbe certamente più sostenibile lasciarli all’interno dell’Inps, che è il welfare degli italiani. I comunicatori sono anch’essi contribuenti dello Stato sociale italiano e hanno tutto il diritto di avere una pensione sicura domani. Reputo quindi che sia più sostenibile lasciarli all’interno dell’Istituto che rappresento”.

Cida, Confassociazioni, Ferpi, Una, Ascai, Com&Tec e Iaa sostengono che, con quest’operazione, non si riuscirebbe a risanare le casse dell’Istituto.

Questi i numeri riportati nel comunicato diffuso dalle associazioni.

Assestamento 2019: meno 169 milioni di euro di squilibrio previdenziale, che nel 2018 ha registrato meno 149 milioni. Liquidità a fine settembre 2019: meno di 400 milioni di euro in titoli vari a valori di mercato, oltre agli immobili sempre più difficili da collocare senza una considerevole riduzione del valore. Fabbisogno di liquidità aggiuntiva: non meno di 180 milioni all’anno, cifra destinata ad aumentare per chiusure, licenziamenti, ammortizzatori sociali e nuovi prepensionamenti, che sembra siano in arrivo grazie all’intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Andrea Martella.

Quindi, anche analizzando solo i numeri, l’Inpgi avrebbe poco più di due anni di “respiro” e, soprattutto, non potrebbe essere salvata nemmeno se riuscissero a “scippare” i contributi dei Comunicatori dall’Inps, sostengono le associazioni.

La legge in vigore numero 58 del 28 giugno 2019, all’articolo 16-quinquies recita “…. per evitare effetti negativi in termini di saldo netto da finanziare… sono accantonati e resi indisponibili nel bilancio dello Stato i seguenti importi: 159 milioni di euro per l’anno 2023, 163 milioni di euro per l’anno 2024, 167 milioni di euro per l’anno 2025, 171 milioni di euro per l’anno 2026, 175 milioni di euro per l’anno 2027…”.

Nonostante gli accantonamenti non si riuscirebbe a coprire nemmeno il fabbisogno corrente e a rischio sarebbero le pensioni non solo dei giornalisti ma anche quelle dei comunicatori.

Evidenziata la non sostenibilità dell’operazione “forzata e ingiusta”, ci sono altri temi che le Istituzioni competenti – il Ministro del Lavoro Catalfo e il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Martella – dovrebbero tener ben presente, dichiarano le associazioni: quanti e quali sono davvero i professionisti identificabili come Comunicatori nel nostro Paese e la ricaduta che un’imposizione legislativa così miope avrebbe sull’occupazione dei Comunicatori e sui contratti collettivi nazionali di lavoro. La necessità di un confronto con le associazioni che rappresentano il mondo della Comunicazione non è più rinviabile.

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