Italia, Francia, Spagna e Germania in campo per la web tax

I quattro Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione politica da portare all’Ecofin di Tallinn in programma il 15 e 16 settembre e al Digital Summit del 29 settembre

di Caterina Varpi
11 settembre 2017
Digital-Health

Accelera la spinta dell’UE verso una web tax comune per far sì che le multinazionali del digitale, da Facebook a Booking, da Apple a Google, non eludano o evadano le tasse nei Paesi europei, dove realizzano fatturati miliardari.

A spingere questa scelta anche Italia, Francia, Germania e Spagna che hanno sottoscritto una dichiarazione politica da mostrare all’Ecofin di Tallinn in programma il 15 e 16 settembre. Inoltre, il documento sarà portato sul tavolo del Digital Summit in programma sempre nella città estone, il 29 settembre, dove i capi di Stato e di Governo dell’Ue discuteranno della tassazione dei big del web.

Il documento, firmato dai ministri dell’economia dei quattro Paesi, chiede alla Commissione Ue di lavorare a una proposta che porti le aziende digitali a essere tassate in tutti i Paesi dove generano reddito e non più soltanto dove hanno la base fiscale, aggiornando regole internazionali datate che non riescono ad far fronte alle sfide della digitalizzazione dell’economia.

L’idea è, in particolare, che un’azienda con una presenza digitale significativa nei Paesi dove opera debba sottostare alla loro tassazione, anche senza una sua presenza fisica. Il riferimento tradizionale della residenza fiscale ha, finora, consentito ai giganti del web elusioni ed evasioni miliardarie.

Di fatto, le grandi web company possono pagare le tasse minime grazie ad alcune leggi che consentono di trasferire gli utili, generati in Paesi con tassazioni più alte, come lo sono i Paesi firmatari del documento, che tassano gli utili anche al 30%, ad altri con tassazioni più leggere, come l’Irlanda, dove hanno la sede europea che agevola loro con solo il 12% di aliquota fiscale.

Per fare un esempio, tutti gli Ott che fatturano in Italia, nel 2016 hanno versato in totale all’erario, 11,7 milioni di euro, meno di quello pagato da un’azienda media italiana. “Solo in Italia nel 2015 Google e Facebook avrebbero pagato fino a 190 milioni al Fisco rispetto a 2,4 milioni realmente versati”, si legge nello studio dell’ufficio parlamentare di bilancio (UPB), presentato a marzo scorso al Senato.

Al centro della proposta ci sarebbe quindi “Una tassa del 2-5% sul fatturato prodotto nell’Ue e non più sui ricavi”: questo ha rivelato una fonte al quotidiano Financial Times, che ha avuto modo di visionare la dichiarazione congiunta, che propone, quindi, d’introdurre una tassa sul fatturato generato dai Big della Rete e non più sui ricavi in Ue.

Copia del documento oltre che a Toomas Töniste, Ministro delle Finanze dell’Estonia, Stato che ricopre la presidenza di turno dell’Unione Europea, è stata inviata al commissario Ue per la Fiscalità, Pierre Moscovici, che sta da tempo coordinando una iniziativa contro evasione e paradisi fiscali. In questo settore, le nuove regole Ue si scontrano con l’obbligo dell’unanimità da parte degli Stati membri dell’Unione, spesso ostacolata dai Paesi con regimi interni da paradiso fiscale.

In Italia, una “web tax transitoria” per gli accordi tra il Fisco e i colossi del web è già attiva dallo scorso 15 giugno.

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