Web tax: Iab, Upa, Assocom e Netcomm scrivono al Governo

Chiesta la proroga a luglio della norma, già in vigore, sulla tracciabilità e l’indicazione della P.Iva nei pagamenti per l’adv online

di Simone Freddi
29 gennaio 2014
web-tax

 

 

Iab Italia, Assocom, Upa e Netcomm fanno fronte comune contro la norma, già in vigore dal primo di gennaio, che impone a chi acquista pubblicità online di usare per il pagamento strumenti tracciabili che riportino i dati identificativi del beneficiari.

La posizione ufficiale delle quattro associazioni è resa nota da una lettera congiunta, recante data 20 gennaio e indirizzata al Vice Ministro all’Economia, On. Casero, che denuncia i possibili “effetti distorsivi sul mercato” introdotti dalla disposizione, proponendone il rinvio al 1 luglio 2014, data in cui dovrebbe entrare in vigore anche la cosiddetta “Web Tax”, attualmente all’esame della Commissione Bilancio del Senato, del cui “pacchetto” il dispositivo in oggetto faceva inizialmente parte.

Il documento congiunto si focalizza proprio sulle incongruenze generate da questa approvazione a doppio binario. Nella lettera, si rimarca infatti come l’entrata in vigore dell’obbligo suddetto sia logicamente connesso a quello del comma 33, la cosiddetta “Web Tax”, la quale prevede che i soggetti che vendono servizi di pubblicità e link sponsorizzati online devono essere titolari di una partita Iva rilasciata dall’amministrazione fiscale italiana.

“Come si evince dalla lettura congiunta dei due articoli, appare evidente come il comma 178 dipenda anche dall’entrata in vigore del comma 33 e, di conseguenza, per ragioni di coerenza sistematica, appare opportuno differire l’entrata in vigore anche della disposizione procedurale logicamente connessa” si legge nella lettera.

In parole povere, nell’attuale situazione si è introdotto l’obbligo di acquistare pubblicità online indicando la Partita Iva del soggetto, senza al contempo prevedere il dovere per chi vende di averne una.

In mancanza di tale adeguamento, fanno quindi notare Iab Italia, Upa, Assocom e Netcomm, potrebbero determinarsi “effetti distorsivi sul mercato, in quanto i soggetti che intendono acquistare questi servizi potrebbero acquistarli solo dalle aziende con partita Iva, o si ritroverebbero nella paradossale situazione di procedere all’acquisto di spazi pubblicitari con l’obbligo di inserire una partita Iva del beneficiario, che, invece non ha ancora l’obbligo di averne una”.

Il documento rimarca inoltre i rischi di generare, in mancanza del previsto provvedimento previsto da parte dell’Agenzia delle Entrate finalizzato a stabilire le modalità di trasmissione telematica delle informazioni necessarie per l’effettuazione dei controlli, “una non corretta applicazione da parte degli Istituti di credito nel periodo transitorio che non hanno avuto il tempo di verificare i propri sistemi e di adottare gli strumenti e le procedure necessarie ai fini di una corretta applicazione della tracciabilità prevista”.

La web tax, attraverso l’imposizione dell’obbligo dell’acquisto di advertising online da soggetti dotati di partita Iva italiana, è finalizzata a risolvere il problema della corretta tassazione degli incassi effettuati da parte di quelle aziende con sedi dislocate in diversi paesi (europei e non), in grado di scaricare su affiliate e controllate estere i guadagni con misure fiscali nella zona grigia della legalità.

La norma, dopo aver scatenato numerose polemiche in Italia, è ora sotto la lente dell’Unione Europea, che ha aperto un’indagine sul tema.

Per quanto riguarda Iab Italia, la principale associazione rappresentativa degli investitori e operatori della pubblicità online, non è stata comunicata nessuna posizione ufficiale in merito, tuttavia l’associazione ha fatto sapere di stare seguendo “con molta attenzione” gli emendamenti voluti all’interno del DL Destinazione Italia dal Presidente della Commissione Finanze, On. Capezzone, con i quali si chiede la completa abrogazione di tutti e 3 i commi della web tax.

 

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