Facebook ha acquisito WhatsApp e la rete si chiede: cosa cambierà?

L’esborso di 19 mld di dollari, posiziona l’operazione tra le più grandi del mercato. Almeno per ora non sono previsti stravolgimenti per l’app, anche se qualche idea di business Zuckerberg ce l’ha di sicuro

di Teresa Nappi
20 febbraio 2014
WhatsApp-Facebook

Facebook festeggia in grande i suoi dieci anni e come regalo da farsi sceglie WhatsApp. Ebbene sì, nella scuderia di Mark Zuckerberg entra anche l’app di messaggistica, che – come riporta The Wall  Street Journal – ha visto negli ultimi 9 mesi raddoppiare i propri utenti mensili, giunti alla soglia dei 450 milioni. Un dato che rende il servizio che ha di fatto sostiutuito gli sms più popolare di Twitter, che conta circa 240 milioni di utenti ed è attualmente valutato circa 30 miliardi di dollari.

Il regalo che il colosso di Menlo Park si è voluto concedere prevede l’esborso di 19 miliardi di dollari, di cui 12 saranno pagati in azioni, 4 in contanti e 3 miliardi in azioni privilegiate da redistribuire tra i fondatori e i dipendenti di WhatsApp (ne conta 55) in quattro anni.

Sarà per questo che il prezzo a cui è stata chiusa la trattativa risulta essere superiore a quello di qualsiasi altra operazione di acquisto startup, compreso l’acquisto nel 2012 da parte della stessa Facebook di Instagram per 1 miliardo di dollari o il prezzo stabilito in 8,5 miliardi di dollari per il passaggio di Skype sotto il cappello Microsoft.

Dunque la svolta mobile di Facebook si è concretizzata nel modo più eclatante, considerando che proporzionalmente l’intero mercato di SMS vale circa 100 miliardi di dollari all’anno.

A ben dire, questa può essere considerata non solo la più grande acquisizione di Facebook, ma dell’intero mercato internet e che porta il social network con la “F” maiuscola un bel po’ avanti rispetto ai tanti colossi che hanno tentato di acquisire WhatsApp negli ultimi mesi, tra cui si annovera anche Google. In ogni caso, l’elevata cifra della transazione è probabilmente da attribuire anche alle potenzialità di WhatsApp: infatti, Facebook non ha solo acquisito una “semplice” app di messaggistica, ma un servizio multi-piattaforma e i talenti che lo hanno ideato. Ricordiamo che WhatsApp gira su iOs, Android, Blackberry, Windows Phone e perfino sul vecchio Symbian OS, ex s.o. di Nokia, permettendo agli utenti di inviare messaggi su mobile, gratis il primo anno, e per 99 centesimi di dollaro all’anno poi.

Ad annunciarlo per primo è lo stesso Zuckerberg attraverso il più classico dei modi: attraverso un post sul “suo” Facebook (clicca sulla foto).

Intanto, il co-fondatore di WhatsApp Jan Koum rassicura utenti e dipendenti sul fatto che nulla cambierà con l’acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook. Infatti, a quanto pare, la società non sposterà neanche la propria sede, restando quindi ufficialmente basata a Mountain View, e continuerà a operare indipendentemente dalla sua nuova società madre.

Cosa cambierà, dunque? Non è ancora chiarissimo. Forse la pubblicità irromperà nell’app di messaggistica, rivoluzionandone gli assiomi (i creatori dell’app hanno fatto del “no ads” un fondamento del proprio progetto)?

Quello che è certo è che Zuckerberg sta puntando su un business diversificato, che però ha sempre come fondamento e obiettivo quello di collegare il mondo intero. «WhatsApp è sulla strada per connettere un miliardo di persone. Un servizio che raggiunge tale pietra miliare ha un valore incredibile», ha detto il numero uno di Facebook, che nel caso del social network ha saputo dimostrare come l’introduzione massiccia della pubblicità non provochi necessariamente un peggioramento del servizio e una conseguente fuga di utenti.

Nel caso di un servizio come WhatsApp, comunque, l’introduzione della pubblicità, classica o nativa che sia, non appare come l’unica opzione in campo per aumentare la profittabilità. Il principale concorrente del servizio, la cinese WeChat, ha per esempio negli scorsi giorni spiegato proprio a Engage i punti chiave della propria strategia, che prevede l’integrazione nella propria piattaforma dei brand attraverso account “speciali” che consentiranno di diffondere contenuti al pubblico in logica 1to1.

 

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