Semplice non è banale, non è fake, non è breve

Come lasciare un segno nella comunicazione contemporanea? Basta un semplice Kiss: Keep it a Simple Story. In che modo? Ve lo spiega The Story Group – Nati per raccontarti nel corso delle otto puntate di questa rubrica con chiarezza, creatività e, naturalmente, semplicità

di The Story Group
23 giugno 2017
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Avevamo concluso l’ultima puntata con una promessa.

Avevamo affermato che per lasciare un segno nella comunicazione contemporanea la cosa importante è fare della propria comunicazione una cosa semplice. Abbiamo iniziato mostrandovi che cos’è un segno attraverso dieci esempi. Oggi è il momento di parlare della semplicità.

Diceva il jazzista Charles Mingus: “Rendere il semplice complicato è luogo comune. Rendere il complicato semplice, stupendamente semplice, quella è la creatività”.

Non è un caso che sia stato proprio un artista poliedrico come Mingus a mettere in relazione, in una sola frase, tre termini usati così frequentemente come semplicità, complessità e creatività.

Nella conclusione della prima puntata avevamo detto che semplice “non è banale, non è breve, non è fake“. Ce lo insegna Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane, non a caso pubblicate, postume, con il sottotitolo Sei proposte per il prossimo millennio. Sei proposte rivolte alla letteratura del futuro, una categoria nella quale inseriamo anche i contenuti e le storie pubblicati su supporti digitali, che si stanno qualificando sempre più come un nuovo format letterario di massa.

Ora siamo effettivamente nel prossimo millennio possiamo comprendere anche la “portata digitale” di queste proposte. In particolare ci concentreremo sulle prime tre lezioni di Calvino: sulla leggerezza, sulla rapidità e sull’esattezza.

Dire cose con semplicità non significa dire cose banali, anche se spesso si tende a sovrapporre con troppa facilità i due concetti. C’è una differenza fondamentale: la semplicità riguarda la forma o, per meglio dire, l’espressione del nostro discorso. La banalità invece riguarda il suo contenuto.

Si possono dire cose molto importanti con semplicità senza sminuire il valore di ciò che stiamo dicendo. E’ una questione, ci dice Calvino, di leggerezza: perseguire la semplicità  significa “togliere peso” alla nostra comunicazione.

Lo storytelling sui nuovi mezzi digitali ha molto da imparare da questa lezione: non importa quale sia il contenuto della nostra comunicazione, ma bisogna saper fare a meno di tutto ciò che non è importante. “La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”, sottolinea Calvino. E’ ciò che permette alle persone d’innalzarsi al di sopra della quotidianità.

La banalità, lo ripetiamo, riguarda invece i contenuti: un testo è banale quando dice qualcosa di scontato, di ripetitivo, o magari non dice nulla. A volte è conseguenza della vertigine del foglio bianco: si ha davanti uno spazio che in qualche modo deve essere occupato e si preferisce mettere qualcosa (sì, qualunque cosa) piuttosto che lasciarlo vuoto. Ma il nostro quotidiano, per sua stessa definizione, è banale. Come possiamo pensare che qualcuno si interessi e venga “ingaggiato” da qualcosa che ha sotto gli occhi ogni giorno?

No, semplice non significa quasi mai banale. Se ci facciamo caso, poi, è vero anche l’opposto: raramente il banale è semplice. Si tende a mascherare la banalità dei nostri contenuti all’interno di un discorso complesso, perché se un testo banale fosse anche semplice, ci accorgeremmo della sua pesantezza.

Direte: allora è più importante essere brevi. Ma non sempre la semplicità va di pari passo con la brevità. Non a caso Calvino ha dedicato la seconda lezione alla rapidità, sottolineando che “il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo”. Non è questione di abbreviare, tagliare e riassumere, ma di capire e assecondare il respiro della storia che si vuole narrare.

La possibilità di essere brevi o meno è spesso connessa con il tempo a disposizione per produrre i nostri contenuti. Perfino un grande scrittore come Blaise Pascal, nel 1656, apriva una delle sue Lettres Provinciales scrivendo: “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.

Il fatto è che Internet va veloce e i contenuti vengono sempre più spesso letti in mobilità, da smartphone e tablet. Ecco allora che ciò di cui abbiamo bisogno sono contenuti semplici da leggere e comprendere, ma non necessariamente brevi. Se il mondo intorno a noi corre sempre più veloce, i contenuti più apprezzati sono proprio quelli che permettono di rallentare, anche per lo spazio di una riflessione, questa continua rincorsa.

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Cosa ci diceva Calvino nella sua terza lezione, dedicata all’esattezza? Che l’uomo è spesso frettoloso, sbadato, incerto sulle scelte linguistiche; che il linguaggio può essere frainteso; che è sempre possibile mentire. Un tema di grande attualità in quest’epoca di processo ai social media come contenitori e diffusori di bufale e fake news. Come ovviare a questi problemi? Calvino ci aveva già  dato un’indicazione su come riconoscere la falsità, delineando le tre regole d’oro dell’esattezza:

  1. Partire da un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato: quando produciamo un contenuto, dobbiamo sapere con quale obiettivo lo facciamo e quali saranno i passi successivi.
  2. Evocare immagini visuali nitide, incisive, memorabili: l’esattezza riassume entrambi i temi delle lezioni precedenti. Se vogliamo catturare l’attenzione del lettore, non possiamo essere banali nè troppo brevi.
  3. Adottare un linguaggio il più preciso possibile nel lessico e nella descrizione del percorso creativo.

Una fake news può apparire semplice e leggera, ma al vaglio di queste tre regole mostra tutta la sua pesantezza: utilizza termini vaghi, non spiega il contesto, punta sulla forza delle parole più che sull’accuratezza della descrizione.

Al contrario, la semplicità ha lo scopo di rendere più facile il dialogo, la condivisione, lo scambio dei nostri contenuti. Se un testo, per quanto apparentemente semplice, non garantisce questo passaggio, significa che non è leggero e non è veritiero: è solo un elemento che intensifica il rumore di fondo che, oggi più di quando scriveva Calvino, riempie i canali di comunicazione quotidiani.

Giunti a questo punto, restano da esaminare tre delle lezioni di Calvino: la visibilità, la molteplicità, e l’incompiuta coerenza. Avremo però modo di incontrarle molto presto perchè descrivono situazioni quotidiane dell’attività di comunicazione: la necessità di progettare campagne coerenti a livello di valori e contenuti, la consapevolezza che ogni elemento della comunicazione è parte di una rete di relazioni potenzialmente infinita, e l’importanza di trasformare i nostri messaggi in immagini e segni facili da comprendere, che possano essere rilevanti per coloro ai quali ci rivolgiamo.

Un’attività che non sembra molto lontana da ciò che oggi definiamo Branding.

Proprio di questo parleremo nella prossima puntata. Di branding, di marketing, e del modo in cui una di queste attività finirà, in futuro, per comprendere anche l’altra.

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