Le organizzazioni del futuro tra holacracy e blockchain

Lo scenario digital ha ridefinito gli equilibri del mercato cambiando il concetto stesso di business, che oggi deve rivolgersi ad un’audience sempre più connessa, tecnologica ed esigente. La digital transformation è una rivoluzione che ogni manager prima o poi si troverà ad affrontare insieme alla sua azienda. Parola di Connexia

di Massimiliano Trisolino - Chief Strategy Officer di Connexia
08 novembre 2016
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Ha cambiato il nostro modo di leggere libri e articoli, di guardare film, di prenotare biglietti aerei e ascoltare musica. La digital transformation è entrata lentamente e progressivamente in ogni aspetto della nostra vita personale e si appresta a diventare sempre più essenziale anche nella sfera professionale.

Protagonisti del radicale mutamento di prospettiva sono gli strumenti, le persone e l’organizzazione aziendale stessa. Negli appuntamenti precedenti abbiamo evidenziato, in questo senso, come digital transformation non sia e non possa essere considerata soltanto un’espressione volta a indicare una rivoluzione tecnologica e di infrastrutture, ma porti con sé conseguenze e ricadute sul piano dell’organizzazione del lavoro e della percezione del clima e dell’ambiente lavorativo.

Una leva importante sulla quale concentrarsi è, quindi, connessa alla cultura aziendale e al modo in cui le persone di una stessa azienda lavorano insieme.

La digital transformation ha favorito, favorisce e spesso innesca lo sviluppo di nuove forme di collaborazione tra persone e aziende, una su tutte lo smart working: il luogo di lavoro non coincide più – necessariamente – con l’ufficio, inteso come postazione / spazio fisico: oggi è sufficiente disporre di una connessione Internet e della possibilità di utilizzare piattaforme di cloud computing per svolgere le proprie attività lavorative.

Ciò con ricadute positive sia per le aziende sia per i lavoratori: le prime riducono o smantellano completamente strutture fisse e costi ad esse correlati, i secondi godono di un migliore equilibrio tra vita privata e impegno professionale. Un fattore in costante crescita anche in Italia, dove il tasso di diffusione dello smart working è addirittura raddoppiato rispetto al 2015.

Ma la rivoluzione delle logiche classiche dell’organizzazione aziendale non si è arrestata qui: mai sentito parlare di holacracy?

In Italia il termine è stato tradotto come “olacrazia” e rimanda a una moderna forma di organizzazione del lavoro nella quale non sono previste gerarchie, ma si parla piuttosto di autorità distribuita: niente più impianti piramidali ma organizzazioni circolari, nei quali ogni lavoratore ha il diritto di manifestare la propria opinione, portare le proprie idee ed esprimere il proprio potenziale.

Il modello è stato ideato da Brian Robertson, programmatore statunitense che lo ha applicato alla propria startup, seguito poi da oltre 300 aziende, tra le quali Zappos, lo store online di calzature facente capo ad Amazon, e Wikipedia.

Le nuove modalità di organizzazione del lavoro risultano particolarmente attraenti e funzionali per i Millennials, e il motivo è presto detto: gli esponenti della Generazione Y sono più aperti verso approcci apparentemente destrutturati rispetto agli impianti lavorativi tradizionali perché intimamente convinti che l’influenza di una persona si basi sui contributi che offre alla community e sulla reputazione che si costruisce in maniera del tutto autonoma attraverso le proprie azioni, piuttosto che sulla posizione sociale che occupa. Di conseguenza, i Millennials accettano di buon grado, se non addirittura accolgono con favore e incentivano, il trasferimento di tali dinamiche dal mondo digitale a quello lavorativo: è nel loro DNA.

Dinamiche moderne all’insegna della destrutturazione, dunque. Ma digital transformation significa anche decentralizzazione. E qui il focus si sposta principalmente sugli aspetti tecnologici che stanno dietro la rivoluzione digitale. Come la blockchain, la tecnologia alla base del bitcoin, celebre moneta virtuale creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto.

Sintetizzando il concetto, la blockchain consiste in un database distribuito, inviolabile e pubblico. Nel caso del bitcoin, il database contiene tutte le transazioni effettuate con la moneta virtuale dalla data della sua creazione ad oggi, in un’ottica di totale trasparenza. Un vero e proprio registro, insomma, utilizzabile per regolare qualsiasi tipo di scambio di valore, senza nessuna intermediazione di terze parti.

I dati delle transazioni non risiedono più in un unico server centrale, come avviene, ad esempio, con i sistemi bancari online, ma in una rete peer-to-peer di miliardi di computer sparsi in tutto il mondo: ogni transazione viene completata in seguito all’approvazione del 50% + 1 dei nodi della rete.

Da qui il concetto di decentralizzazione: da uno a molti.

La portata innovativa del fenomeno risiede poi nella sua scalabilità: la blockchain non si applica soltanto al mondo economico-finanziario. Un esempio? Una startup italiana è stata recentemente premiata per avere impiegato questa tecnologia nel settore agricolo: tramite una app  i consumatori possono tracciare il percorso della filiera agroalimentare, attraverso la scansione di un codice riportato sui vari prodotti.

A dimostrare interesse per le possibilità offerte dalla blockchain anche Nathan Blecharczyk, co-fondatore di Airbnb: la nuova tecnologia potrebbe risultare decisiva nella gestione di transazioni tra soggetti che non si conoscono. La piattaforma statunitense, attualmente, rivela le identità dei soggetti contraenti soltanto una volta raggiunto l’accordo: integrare la tecnologia blockchain nel sistema di prenotazione sarebbe d’ausilio nel garantire identità e reputazione dei partecipanti alla transazione.

Gli ambiti di applicazione si estendono anche al mondo della musica, dell’istruzione e finanziario, con un risparmio che – in quest’ultimo caso – si attesta potenzialmente tra i 15 e i 20 miliardi di dollari annui.

Il fine ultimo delle moderne teorie relative all’organizzazione interna nel mondo del lavoro e delle tecnologie innovative descritte rimane sempre essenzialmente uno: snellire le procedure e migliorare i processi con i quali le organizzazioni operano nella società odierna. Una società profondamente mutata rispetto al passato e caratterizzata da una rapida e costante evoluzione, tanto tecnologica quanto culturale.

La digital transformation è tutto questo: approcciarsi a essa in maniera consapevole e proattiva significa in primis prendere coscienza del cambiamento in atto e della sua accelerazione esponenziale, cui siamo destinati ad assistere nei prossimi anni.

Diventa quindi imprescindibile trasferire a tutta l’organizzazione questa consapevolezza – ad esempio attraverso degli Innovation Workshop – e attivare progetti d’innovazione, a partire da Hackathon e Business Competition, per rendere maggiormente competitivo il proprio business.

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