Human Experience e Food Experience creano nuovi modelli di business

Lo scenario digital ha ridefinito gli equilibri del mercato e sta modificando il concetto stesso di business, oggi chiamato ad accogliere e interpretare i bisogni e le esigenze dei suoi primi destinatari: le persone. Lo Human Experience Design è la chiave di lettura strategica, che rende tangibile e concreto questo approccio. Parola di Connexia

di Letizia Giottoli, Chief Operating Officer di Connexia
26 marzo 2018
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Le best case di Foorban, Delivero Editions e CUPS

Con questa nuova puntata di Human Experience, Digital Value affrontiamo il tema della Food Experience dal punto di vista di chi oggi sceglie di investire nel business della ristorazione, scommettendo su un approccio innovativo e impiegando un mix di touchpoint online e offline.

La scommessa è ambiziosa e lungimirante, soprattutto in considerazione degli obiettivi futuri: disegnare una nuova Food Experience, che parta dall’osservazione del comportamento e dei bisogni delle persone, destinatari dei servizio. Per fare in modo che tutto ciò si concretizzi, è necessario cambiare paradigma, accantonare l’approccio basato solo sulle brick and mortar company, ovvero su tutte quelle attività legate esclusivamente a luoghi e strutture fisiche, e ragionare in un’ottica di integrazione tra reale e virtuale, tra online e offline.

Come fare? Vediamolo insieme.

La Food Experience ha inizio molto prima del momento di effettivo consumo del pasto: comincia nell’attimo in cui nasce il desiderio e si decide cosa mangiare e dove farlo.

Una tra le fonti di maggior ispirazione è indubbiamente il web. La vera “chiave di svolta” per chi vuole fare impresa con il food. La ricerca online restituisce dati su dati, e un ranking di risultati: sta agli owner dei ristoranti diventare rilevanti e cogliere questa prima opportunità d’aggancio, segnalando la propria attività attraverso Location Beacon e sistemi di Recommendation online.

La disruption del settore della ristorazione segna oggi il picco massimo di innovazione con l’affermazione di nuovi modelli di business. Ne è un esempio significativo il ghost restaurant. I ristoranti fantasma sono attività che escludono completamente l’esistenza di uno spazio fisico in-store dove poter consumare i piatti, contano prevalentemente su uno staff di cuochi e su cucine allestite per la preparazione di pietanze da asporto e pre-ordinate, e gestiscono il proprio business appoggiandosi a servizi di food delivery esistenti o creandone uno proprio.

Per le company, scegliere il business model del ghost restaurant porta a due considerevoli vantaggi: la rilevante riduzione dei costi – di affitto, di personale e di logistica – e la promozione di due tra i trend di consumo più in voga negli ultimi periodi: la possibilità di scegliere tra cucine diverse e il piacere di gustare i propri piatti preferiti in qualsiasi luogo e occasione grazie al food delivery.

Una scommessa vincente, interpretata alla perfezione da Foorban, start-up milanese fondata da Marco Mottolese e Riccardo Pozzoli. Questo ristorante digitale, privo di tavoli e sedie dove far accomodare i propri clienti, si avvale di un team di chef e nutrizionisti per cucinare piatti sani e gustosi da consumare a casa, in ufficio o per strada, un’ottima alternativa al sempre più imperversante Junk Food.

L’approccio disruptive del ghost restaurant è stato colto anche dal gigante Deliveroo che, con Deliveroo Editions, ha messo a disposizione degli chef emergenti cucine su misura, un supporto marketing e rider per le consegne, con l’obiettivo di sostenerli nella conquista di nuovi mercati, nazionali ed esteri.

Tuttavia, la Food Experience non implica esclusivamente l’eliminazione degli spazi fisici propri del ristorante tradizionale, al contrario, può favorire il business delle attività più piccole e locali, rendendole maggiormente rintracciabili.

E’ il caso della app CUPS. La start-up, lanciata nel 2012 da Gilad Rotem e Alon Ezer, aspira a diventare la Netflix della caffeina americana, con l’obiettivo di favorire la visibilità delle caffetterie indipendenti contro il gigante Starbucks. Il sistema è molto semplice: utilizzando i servizi di geolocalizzazione, è possibile scegliere in quale caffetteria tipica sorseggiare il proprio caffè, usufruendo degli sconti proposti dall’app (Sisti A., Digital transformation war. Retailer tradizionali VS Giganti dell’e-commerce).

Ma le opportunità per piccoli e grandi ristoratori non finiscono qui: anche nella fase di preparazione dei piatti, di gestione del personale e di output finale, a fare la differenza è la corretta gestione dei dati a disposizione.

Quanti dessert sono stati ordinati? Qual è la disponibilità delle materie prime in magazzino? Come procede il lavoro in cucina? Quante comande sono in attesa di essere affidate allo chef?

Tutte informazioni che possono essere gestite in contemporanea e in maniera coordinata attraverso soluzioni gestionali centralizzate e omnichannel, e fare concretamente la differenza. Se il Data Driven può guidare le scelte del management aziendale su molteplici fronti, e non necessariamente online, avremo molteplici e concrete opportunità di governare il business attraverso un utilizzo ottimizzato dei dati: dal Data Driven Menu, proposto sulla base dei piatti più ordinati tra quelli disponibili, alla premiazione del dipendente del mese, scelto in base ai feedback rilasciati dai clienti.

I guadagni per il business sono inestimabili, non solo in termini di tempo: dal risparmio economico alla riduzione degli sprechi, dalla gestione semi-automatizzata delle risorse umane alla scelta degli orari migliori di apertura e di chiusura dell’attività: l’approccio Data Driven ha infinite applicazione e interviene sensibilmente all’interno di infiniti processi.

L’ecosistema della Food Experience è l’ennesima conferma di come i nuovi strumenti tecnologici, se utilizzati in ottica human-friendly, producano impatti positivi per le persone che scelgono di utilizzarli, interpretando i loro bisogni e comportamenti.

In una parola: Human Driven Experience.

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