Dieci dritte per una comunicazione al bacio

Come lasciare un segno nella comunicazione contemporanea? Basta un semplice Kiss: Keep it a Simple Story. In che modo? Ve lo spiega The Story Group nel corso delle otto puntate di questa rubrica. Con chiarezza, creatività e, naturalmente, semplicità

di The Story Group
10 maggio 2017
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La comunicazione sta cambiando.

Cambia con il digitale, con le nuove piattaforme, con l’aumento dei pubblici.

Cambia con la disintermediazione, i social network, i contenuti sincretici.

Cambia con la velocità delle reti, con gli archivi virtuali, con l’infinità possibilità di relazione online e offline.

Cambia, soprattutto, spinta dalle esigenze dei clienti e dalla creatività di editor, designer, copywriter.

In The Story Group – Nati per raccontarti abbiamo la convinzione che la rivoluzione digitale abbia inaugurato un nuovo umanesimo, in cui la persona è tornata al centro della comunicazione. Sia come ricevente l’infinità di messaggi che si integrano sui nuovi strumenti che usiamo per rapportarci con il mondo, sia come produttore autonomo, in grado di dire la propria ad un pubblico sempre più vasto.

E, se ne è capace, di lasciare un segno.

Bisogna saperlo fare, senza scordare che la comunicazione è efficace quando rimane una cosa semplice. La stessa che facciamo da quando siamo nati, quella che vogliamo offrire ai nostri clienti e a chi sceglie di lavorare e crescere con noi.

Ecco spiegato il titolo di questa rubrica: vuoi comunicare bene? K.i.s.s.: Keep It a Simple Story.

Perché la comunicazione migliore è fatta di storie e narrazioni create da persone per altre persone, e non per rispondere alle regole degli algoritmi che regolano il funzionamento delle piattaforme digitali.

E’ fatta di messaggi semplici, articolabili in molti spazi e supporti diversi, ciascuno dei quali deve integrarsi in modo coerente con gli altri.

Nelle otto puntate di questa rubrica, vi accompagneremo alla scoperta delle modalità in cui è possibile lasciare un segno.

Dobbiamo cominciare dalle basi: a cosa ci si riferisce quando si parla di “segno”, nella comunicazione contemporanea?

  1. Un segno è l’associazione tra un elemento dell’espressione, un significante, e un contenuto, un significato, veicolato da questo significante. La parola “albero” denota, come contenuto, un preciso organismo vegetale. La parola “carne”, un determinato insieme di tessuti organici. Fin qui la teoria classica. Bisognerebbe aggiungere, come direbbero i semiologi, un ulteriore elemento a questa descrizione: colui o colei che guarda questo segno. Se dico “albero” a chi non capisce l’italiano, è probabile che la mia comunicazione non funzioni. Se dico “carne” a un vegano, è possibile che la nostra relazione si complichi.
  2. Un segno è infatti un oggetto culturale relazionale: è ciò che usiamo per comunicare agli altri. È parte di una catena, potenzialmente ininterrotta, di scambi tra noi e chi ci sta intorno. Si parla sempre a qualcuno e, se si è particolarmente bravi, con qualcuno. Un segno che non prevede o almeno stimola una risposta, una reazione, non è un segno particolarmente interessante nel panorama contemporaneo.
  3. Un segno non ha padroni: non è qualcosa che possediamo in eterno, ma è qualcosa che diamo ad altri in cambio di qualcos’altro. Pensiamo a un segno grafico, uno dei segni più “solidi” della comunicazione contemporanea. Anch’esso deve essere pensato per informare l’uso e le reazioni che avranno coloro che entreranno in contatto con esso. Pena il rischio che venga usato in modo distorto.
  4. Un segno è qualcosa che lascia una traccia. Come i pezzettini di pane di Hansel e Gretel. Soprattutto su internet, uno dei pochi media ad avere una memoria. Attenti alle briciole che lasciate, perché c’è sempre la possibilità che qualcuno le segua.
  5. Un segno è lì per essere compreso: più sono semplici interpretazione e decodifica, meno impegnativo il compito del lettore, più è probabile che esso sia disposto ad ascoltarci e a fidarsi di noi.
  6. Anche il silenzio è un segno. Non pensate che l’assenza di comunicazioni sia interpretata in modo neutro dal vostro pubblico. Ricordate Watzlawick? “Non si può non comunicare”. Se non parlo, forse è perché non so bene cosa dire.
  7. Un segno deve stimolare la pancia di chi lo vede. Non deve solo essere compreso: è tanto più efficace quanto è in grado di suggerire una risposta emozionale, dimostrandosi capace di “parlare la stessa lingua” del suo pubblico. Se non ci riusciamo, però, non è detto che la nostra comunicazione sia sbagliata; forse, abbiamo solo sbagliato ad inquadrare il nostro target.
  8. Un passo in più: nel mondo digitale il medesimo segno può essere condiviso, letto e commentato da utenti appartenenti a diverse crowd culture, tutte in qualche modo afferenti all’orizzonte valoriale della marca di riferimento. Assicuratevi, dunque, che tutti i potenziali target siano in grado di comprendere l’associazione alla base dei segni che utilizzo per comunicare.
  9. Esistono vari generi di segni: lettere, icone, simboli, testi, video, romanzi, perfino intere campagne. I contenuti della comunicazione contemporanea sono spesso formati dall’associazione di molti segni diversi. E’ fondamentale che siano coerenti tra di loro: cambiare tono di voce tra un adv e un video presenti nella stessa campagna può avere le stesse conseguenze del dire due cose completamente diverse.
  10. Nelle piattaforme digitali, c’è pochissimo tempo per attirare l’attenzione del pubblico. Cercate di utilizzare meno segni possibili e di veicolare messaggi chiari, concisi e facili da leggere. A volte, un’infografica ben strutturata racconta una storia meglio di un articolo di due cartelle.

In fondo, su quest’ultimo punto eravamo già tutti d’accordo, no? Keep it a Simple Story, e arrivederci alla prossima puntata. Parleremo di cos’è la semplicità, cominciando da ciò che non è: non è fake, non è breve, non è banale. La risposta ce la darà Italo Calvino.

© The Story Group 2017 – Nati per raccontarti 2017

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