Keep Searching

di Marco Loguercio

Marco Loguercio, pioniere del Search Marketing e fondatore dell'agenzia FIND, ha fatto la sua prima ricerca in un motore nel 1995. Non ha più smesso

Google lancia In Apps Search: un possibile game changer?

Alla fine dello scorso mese di agosto Google ha rilasciato una nuova funzione di ricerca per dispositivi mobili (al momento solo con OS Android) che, se sviluppata con buon senso dal colosso di Mountain View, potrebbe avere le potenzialità del “game changer”.

Mi riferisco a “In Apps Search“, una funzione che consente di trovare le informazioni conservate all’interno delle app installate sul proprio smartphone. Non ci sarebbe neanche bisogno quindi di essere online per cercare (così scrive Google nel comunicato, io però non ci sono riuscito), visto che la ricerca è circoscritta al proprio dispositivo e, di conseguenza, non accessibile ad altri o dall’esterno.

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L’obiettivo di Google con questa nuova funzione? Aiutare gli utenti a trovare più facilmente, attraverso un’unica interfaccia, le informazioni che servono e che si trovano sullo smartphone, rinchiuse in app che spesso sono veri e propri silos.

Chi è online dal decennio scorso magari avrà, come ho avuto io, un flashback: “In Apps” è infatti l’evoluzione per dispositivi mobili di quello che è stato Google Desktop Search, l’applicazione lanciata in beta nel 2004 da Google per tutti i principali sistemi operativi desktop che serviva a trovare facilmente le informazioni sul proprio computer: testi in email o documenti; foto; video; musica; pagine visitate…

Software che in molti incensarono come “la versione locale di Google” e che molti SEO iniziarono a studiare convinti di poter trovare indicazioni su come “craccare” l’algoritmo della più celebre versione online. Personalmente non mi impressionò mai più di tanto, tanto è vero che ho sempre preferito Copernic per la ricerca in locale.

Desktop Search fu dismesso nel 2011, con la motivazione che lo storage nel cloud stava sempre più soppiantando l’archiviazione locale. Curioso che, nell’epoca di Gdrive e di Dropbox, delle webmail e di tutto ormai nel cloud, Google abbia deciso di tornare ad affrontare il discorso dell’archiviazione in locale.

All’inizio ho accennato che In Apps potrebbe essere potenzialmente un game changer e potrebbe cambiare le regole del gioco della discovery e della search. E sottolineo “potenzialmente”.

Oggi In Apps, infatti, un game changer ancora non lo è: non è privo di difetti di gioventù e, soprattutto, è ancora un illustre sconosciuto alla massa degli utilizzatori di smartphone Android che non abbiano letto di questo lancio (quindi praticamente la quasi totalità degli utilizzatori).

Per poter accedere alla nuova funzione occorre infatti prima trovare l’apposito tab nei menù della ricerca di Google via smartphone, operazione che già gli italiani compiono raramente, non apprezzando molto i filtri di ricerca (a dirlo non sono io ma una ricerca che ogni anno effettuiamo). Inoltre, come normale che sia all’inizio, il numero di app supportate è limitato: nelle mie ricerche di prova ho trovato che mostra correttamente le informazioni che si trovano su Gmail, nel messenger che gestisce gli SMS e, se correttamente taggate, le note che ho sul mio Evernote. Curiosamente non gestisce il calendario di Gmail, mentre altri risultati -soprattutto quelli nelle app social- sono presi dal web, non dalla cronologia di cosa ho visitato o da contenuti conservati in locale (cosa che spiegherebbe il perché io non sia riuscito a cercare in modalità offline).

Insomma, così com’è mi serve a poco, non c’è molto valore aggiunto.

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Ma cosa succederebbe se i risultati “in apps” (l’etichetta, in italiano, è “nelle app”) iniziassero a comparire anche tra i risultati generali di ricerca?

Qui potrebbero aprirsi nuove opportunità sui fronti della search e del cosiddetto “discovery marketing”: trovare l’opportunità per far ospitare sullo smartphone del potenziale cliente quei contenuti che potrebbero essere rilevanti quando è nella finestra di acquisto e che, trovandosi già sul suo dispositivo, potrebbero avere una posizione rilevante tra i risultati di ricerca, “evitando” l’enorme competizione che c’è oggi online tra risultati organici e sponsored links.

Contenuti che oltretutto potrebbe avere sempre con sé quando va in negozio per le ultime valutazioni e per eventualmente acquistare.

In uno scenario sempre più competitivo sul Web, dove i contenuti si sprecano e far arrivare le informazioni giuste al momento giusto è sempre più complicato, l’opportunità è potenzialmente ghiotta.

Ma tra il dire e il fare…

“In Apps” è infatti un mondo ancora tutto da scoprire. Ad esempio:

– è ancora da capire cosa esattamente indicizzi e in base a quali criteri ordini le informazioni trovate in locale. Nelle mie ricerche di prova l’ordine dei risultati è sempre stato cronologico: i più nuovi in testa (che fossero email, note su Evernote etc.), ma non è detto che sia sempre così.

– è da capire con quale velocità aggiorni i risultati: il contenuto di una Gmail è rintracciabile con In Apps search dopo pochi secondi dalla ricezione. Una nuova nota su Evernote -soprattutto se scritta su un altro dispositivo sincronizzato con quello nel quale stiamo cercando- ci impiega molto di più (ma qui potrebbe dipendere dalla periodicità dell’aggiornamento di Evernote).

Con questa nuova opportunità sarà quindi ancora più importante capire come gli utenti utilizzino il proprio smartphone nel processo di acquisto e di quali informazioni/contenuti potrebbero avere bisogno per scegliere e agire.

A quel punto occorrerà trovare il modo di arrivare a questi utenti (ma le opportunità di targeting, tra search, social e programmatic adv non mancano) e trovare il modo di far ospitare questi contenuti sul dispositivo in applicazioni che siano indicizzate: farlo iscrivere ad esempio con il suo indirizzo Gmail a una newsletter oppure fare in modo che possa inviarsi a Gmail o salvare su Evernote i contenuti e le offerte più rilevanti del nostro sito…

Ragionare, insomma, non esclusivamente in ottica search per trovare la soluzione di volta in volta vincente: il limite è veramente solo la fantasia.

A quel punto ci sarà poi un’altra sfida: quella della misurazione e dell’attribuzione dei risultati anche a queste attività. Ma questo è un altro discorso.