Keep Searching

di Marco Loguercio

Marco Loguercio, pioniere del Search Marketing e fondatore dell'agenzia FIND, ha fatto la sua prima ricerca in un motore nel 1995. Non ha più smesso

Per due settimane ho utilizzato solo la voce per cercare su Google: ecco com’è andata (e cosa ho imparato)

Una delle frasi che ho sentito più frequentemente dagli analisti del settore è “voice search is here to stay”. La ricerca vocale prenderà sempre più piede fino addirittura – secondo gli analisti più audaci – a sostituire altre forme di input. Nonostante, e questo è un dato di fatto, la voce sia oggi lo strumento meno efficace per dare comandi a strumenti.

Ma quanti di questi analisti hanno effettivamente provato per un certo periodo a vivere utilizzando esclusivamente la voce per cercare o dare istuzioni al proprio smartphone o ai propri apparecchi intelligenti in casa? Quanti ne hanno provato realmente le opportunità e i disagi?

Per capirne le prospettive di business e per capire se questo avrebbe potuto cambiare il mio modo di fare e di cercare informazioni, ho così deciso a metà di aprile che per due settimane avrei usato (o, quantomeno, cercato di usare) esclusivamente la dettatura vocale per cercare nei motori.

Dopo aver attualizzato tutti gli strumenti che avrei usato per questo test (laptop, smartphone, ipad), ho iniziato e cercato di vincere da subito il primo vero grande ostacolo, non di natura tecnologica: la mia timidezza.

Magari un giorno dettare una ricerca su Google in mezzo alla gente sarà naturale come raccontare i fatti propri in pubblico quando si è al telefonino; ma se nella tranquillità di casa non ho avuto assolutamente problemi a pronunciare “Ok Google” (il comando vocale per attivare il sistema vocale sugli smartphone Android) e poi dettare la ricerca, in mezzo alla gente è stata tutta un’altra storia. E non è mancato qualcuno che si è girato chiedendomi “scusa, ce l’hai con me?”

Probabilmente è anche per tutte queste considerazioni che la voice search sto prendendo piede meno velocemente rispetto alle aspettative di Google e degli addetti ai lavori anche soltanto di un anno fa. Voci non ufficiali dicono che in casa Google le ricerche vocali siano ancora complessivamente “single digit” sul totale (8% il numero più accreditato, che sale a cifre comprese tra il 30% e il 40% quando si analizzano le sole query da smartphone. La ricerca “Mobile Search in Italy” di FIND dice che in Italia siamo ancora a numeri molto bassi) e crescano più lentamente del previsto. Nel prossimo futuro chiunque abbia un sito web e lo abbia interfacciato con la Search Console di Google potrà vedere quante e quali ricerche sono state dettate invece che digitate e comprendere meglio l’impatto della voice search sul proprio business.

Quello che invece è stato più semplice del previsto è stato il cercare a voce con linguaggio naturale. Pensavo che, quantomeno inizialmente, avrei spontaneamente usato le stesse parole chiave che avrei digitato su una tastiera. Così invece non è stato.

Anzi, in alcune occasioni le mie ricerche sono state anche abbastanza contorte, non agevolando la vita a Google nel fornirmi una valida risposta (altro elemento da tenere in considerazione nelle prospettive business di questo mio esperimento).

Complessivamente l’esperienza di queste due settimane è stata tragicomica e a volte divertentissima, soprattutto nel vedere come Google, Siri e Cortana interpretavano (anche se il termine più corretto, in alcune situazioni, sarebbe “stravolgevano”) le parole da me dettate e le risposte che offrivano di conseguenza. In alcuni momenti mi sono anche voluto divertire a provare alcune situazioni forzate, per vedere la reazione dei presenti; come quando in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano (soprattutto nei weekend uno dei punti più affollati di Milano), per vedere come avrebbe potuto reagire la gente nel sentirmi, ho cominciato a cercare ad alta voce argomenti “sensibili” del tipo “problemi di incontinenza maschile” e tematiche simili.

All’inizio non è stato semplice, oltre che per la già citata timidezza, anche per problemi tecnologici. Gli strumenti, ho imparato a mie spese, hanno bisogno di un periodo di taratura, di comprensione della tua voce, per gradualmente iniziare a funzionare al meglio. Nei primi tentativi di ricerca vocale sia Google che Cortana si sono “impallati” spesso (cosa già di suo poco piacevole, ancora meno se accade quando sei alla guida), con anche qualche rallentamento di sistema di troppo che stava quasi per farmi desistere.

Cosa che, fortunatamente, non ho fatto.

Perchè, col passare delle ore e dei giorni, le cose sono sensibilmente migliorate, anche se lungi dalla perfezione. Per me che negli anni ’90 avevo già provato i primi software di dettatura vocale sul mercato (subito abbandonati), vedere la precisione dei sistemi odierni è stata una grande sorpresa (Google afferma di riconoscere correttamente l’85% delle parole dettate in inglese). Sono riuscito a dettare correttamente al mio smartphone alcune ricerche anche mentre mi asciugavo i capelli con un phon alquanto rumoroso e vicino a una cassa acustica che suonava a volume abbastanza sostenuto. Se il filtro per i rumori di fondo è eccelso, un po’ meno si è rivelato quello per le voci altrui. Al ristorante è capitato in un paio di occasioni che nelle mie ricerche vocali finissero anche le parole dette da vicini di tavolo, o che in qualche modo un mio vicino attivasse la ricerca vocale sul mio smartphone. In altre occasioni invece alcune ricerche sono state interpretate come comandi vocali per attivare app. Sto poi ancora cercando di capire come Google abbia potuto interpretare la ricerca per un modello di autovettura che avevo appena visto passare per strada per il comando per far partire la musica, o come Cortana abbia potuto interpretare una ricerca relativa a una polizza auto come un chiamare l’assistente vocale di Microsoft per nome (con la sua risposta “sono io, eccomi”).

La peggiore “voice search experience” è stata però al volante: ho capito che la qualità della dettatura è tanto maggiore quanto più si è vicini al microfono, e i 40 cm circa che separavano me dallo smartphone attaccato al parabrezza (non usando auricolari o cuffie bluetooth) si sono rivelati nel 90% un ostacolo insormontabile.

In queste due settimane non sempre però sono riuscito a tenere fede al mio obiettivo di usare solo la voce: in molte situazioni, lo ammetto, in presenza di altre persone ho preferito digitare tutte quelle ricerche troppo legate alla sfera personale o che riguardavano informazioni di lavoro. In tante altre, se la ricerca non era proprio necessaria, ho preferito rimandarla a quando fossi stato in un luogo isolato.

Quando le cose funzionano bene, però, devo dire che la comodità è veramente notevole: la voice search consente di risparmiare molto tempo rispetto alla normale digitazione; o, almeno, ti fa risparmiare tempo se Google interpreta subito correttamente quanto hai dettato. Altrimenti…

Cosa ho imparato in queste due settimane e cosa mi porto dietro?

Devo dire la verità: la quantità di ricerche vocali rispetto a prima non è aumentata di molto. Di fronte al computer desktop preferisco ancora digitare le chiavi di ricerca, nonostante Cortana abbia superato le mie aspettative su molti fronti. Da smartphone invece dipende: per chi come me è nato digitando su una tastiera, il cambiamento non è così immediato. Abitudine.

Quello che invece ho iniziato a utilizzare molto frequentemente, soprattutto quando sono alla guida, sono i comandi vocali per controllare le varie funzioni dello smartphone, incluso la gestione delle chiamate e la possibilità di scrivere sms ed email senza dover toccare fisicamente lo smartphone. Tutto con la voce.

Un’altra cosa che faccio molto di più rispetto a prima è usare la dettatura vocale per prendere appunti quando sono in giro (no, in sala riunioni preferisco ancora digitare) e voglio memorizzare nero su bianco qualcosa. Anche questo articolo l’ho dettato vocalmente al mio smartphone utilizzando Evernote e correggendo poi a mano l’articolo in un secondo momento (“voice search”, ad esempio, diventava regolarmente “bocca al sorcio” o “vacca al sorcio”). Certo, qualcuno potrebbe non aver gradito, visto che l’ho dettato in piena notte. Ma ci farà l’abitudine.